Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto: TOSCA di Giacomo Puccini, il 14 dicembre al Teatro dell'Opera di Roma

Venerdì, 21 Dicembre 2018

All’interno di una stagione attenta a richiamare il grande pubblico con titoli di sicura presa, non poteva mancare l’opera romana per antonomasia.

Rappresentata per la prima volta il 14 Gennaio del 1900 proprio presso l’Opera di Roma o Teatro Costanzi, il dramma dal testo di Victorien Sardou, da cui trassero il libretto Illica e Giacosa è proposta con frequenza quasi annuale anche se spesso in tono minore. Ed è proprio la celebrazione di quella prima romana, la attrattiva di questa produzione affidata alla regia di Alessandro Talevi.

Le scene ricostruite da Carlo Savi sono infatti quelle originali di Adolf Hohenstein, volute da Puccini cosi come i costumi ricostruiti da Anna Biagiotti su quelli dello stesso Hohnestein sono quelli indossati dai primi interpreti e ammirati dal pubblico e dallo stesso Puccini in quella lontana serata. Una ricostruzione fedelissima che, nella scena di chiusura del secondo atto, con la figura di Scarpia a terra obliquo sul palcoscenico, le due candele accese ai lati della testa e Tosca china su di lui col crocifisso in mano, riproduce con esattezza la celebre locandina originale, utilizzata anche come copertina dello spartito canto e piano.

Tutto questo avrebbe meritato un cast di eccezione, o perlomeno interpreti all’altezza di quanto il ruolo richieda loro. Purtroppo abbiamo trovato la media generale non più che discreta a cominciare dal soprano Svetlana Kasyan nel ruolo del titolo, priva del carattere energico e passionale richiesto dalla parte, sia dal punto di vista vocale troppo spesso approssimativo, che interpretativo. Appena meglio il Cavaradossi di Giorgio Berrugi che è parso migliorare nel corso della recita approdando ad un “e lucean le stelle” per il quale sembrava risparmiarsi dalla prima alzata del sipario. Nulla di particolarmente eccitante dunque ma anche senza vistose cadute.

Decisamente più convincente lo Scarpia di Fabian Velòz a suo agio e credibile anche grazie al phisique du rôle, così importante in quest’opera. Impeccabile la prestazione del coro sia nel Te Deum del primo atto che nella cantata fuori scena del secondo e negli interni del finale. La lettura dell’ottimo direttore Stefano Ranzani, forse puntando a superare cliché veristi cui l’opera sembra condannata, offre tempi spesso troppo rapidi finendo purtroppo col perdere in diversi momenti chiave, di mordente e incisività, evitando eccessi, addolcendo e mitigando, ma finendo però col tradire quello che è il vero Dna del dramma, fatto di grandi slanci, altissime tensioni e contrasti emotivi. Pur mettendo in risalto preziosi particolari timbrici e strumentali, i “novecentismi” di cui è ricca la partitura, Ranzani sembra lasciare ben lontano dal podio ogni partecipazione emotiva, specie nei momenti piu drammatici per seguire dall’alto e sorridere benevolente sull’intera vicenda, come in una sorta di paternalismo musicale. Possiamo comprenderlo, se in fondo chiudiamo gli occhi immaginandoci in quella serata con lo sguardo e le orecchie di oggi, pensando a tutto cio che sarebbe dovuto accadere all’alba dell’incredibile secolo che si apriva.

 

Alessandro Murzi

 

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