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Lunedì, 01 Aprile 2019

Oratorio del Gonfalone

via del Gonfalone 73

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L’antica via “Mercatoria” collegava, in modo tortuoso, la zona di Piazza Navona e Campo de’ Fiori, con l’area di Castel S. Angelo. Ai primi del ‘500, quando la strada venne ristrutturata per raddrizzarne il tracciato, così da favorire i flussi di persone e merci, prima venne chiamata “via Recta”, essendo stata la prima più lunga strada di Roma, poi, successivamente, “via Julia” in onore del Papa Giulio II il quale, con l’aiuto del Bramante, la fece realizzare, oltre che per risanare una zona degradata, per collegare tra loro poli mercantili e finanziari della Roma Rinascimentale.

Lungo il tracciato si insediarono alcune famiglie tra le più “blasonate” e più ricche dell’epoca, fra cui i Farnese, i Chigi, gli Odescalchi e, fra antiche e nuove Chiese, antichi e nuovi Oratori, su una delle vie (i muraglioni del Tevere e Corso Vittorio verranno realizzati più di tre secoli dopo) che portavano i pellegrini alla tomba del Pescatore di Galilea, trovarono la loro sede, anche per gestire l’accoglienza degli stessi, diverse Confraternite le quali, da metà del 1200, sono fra le più antiche associazioni laiche che, in particolare a Roma, si sono caratterizzate per appartenenza geografica o di mestiere.

Le Confraternite, inoltre, da non confondersi con le Congregazioni e, tantomeno, con gli Ordini Cavallereschi Religiosi, rispondendo ai principi di Carità e Fraternità, per Devozione fanno in genere riferimento alla vita di un Santo. A Roma, in molte, seguono anche il Culto Mariano. Oltre a ciò, le Confraternite hanno un compito preciso che rende utile la loro Opera sul piano spirituale e materiale.

Una delle Confraternite più antiche, del 1260, detta dei “Raccomandati di Maria Vergine”, si modifica, circa due secoli dopo, nella “Confraternita del Gonfalone” unendo con sé le Confraternite similari e trasformando, tra l’altro, la loro rituale usanza di fare la “Sacra Rappresentazione della Passione del Signore” (Via Crucis), in quella di Rappresentare “l’Annunciazione a Maria”, perpetuando cosi le “regole” dettate, ai primi devoti, da S. Bonaventura di Bagnoregio.

Insediatesi nella vecchia chiesa di S. Lucia, i “Gonfalonieri” realizzano successivamente l’Oratorio, dedicandolo ai Santi Pietro e Paolo, giusto in tempo per il Giubileo del 1550 e dando di fatto, così, anche il nome alla via, dove sorge uno dei dieci Oratori più significativi, a livello storico-artistico, presenti in Italia: l’Oratorio del Gonfalone.

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Tre peculiarità rappresentano, da sole, un incalzante invito ad approfondirne, in seguito, anche i singoli aspetti: 1) L’Oratorio, con la sua struttura rettangolare richiama al Primo Tempio di Gerusalemme, ed è sancito anche dalla raffigurazione, sulla parete di controfacciata, di Re Salomone, posta sopra l’immagine della Vergine che protegge con il proprio mantello i suoi fedeli. Quest’ultima è anche l’effige presente sul Gonfalone stesso della Confraternita. L’Oratorio, all’interno, si presenta con uno splendido “coro” a due ordini di sedute, fatto per ospitare i Confratelli che qui si riunivano, per pregare ed organizzare le loro Opere di Carità.

2) Il soffitto è un “cassettonato ligneo” di pregevole fattura che riporta le figure dei Santi Pietro e Paolo, a cui l’Oratorio è dedicato, e, tra gli altri fregi decorativi, troviamo anche due croci greche con i terminali “ancoriformi”, le quali ci parlano con echi lontani di Bisanzio e di “crociati” con le loro intraprese verso la Terra Santa. 3) Il ciclo di affreschimanieristi” (sono coloro che abbandonano alcuni canoni della rappresentazione artistica rinascimentale, come riproduzione del Vero, per darne una loro interpretazione, diciamo alla loro “maniera”) rappresenta, nella parte alta i Profeti e le Sibille, come testimoni della continua attesa di Redenzione da parte dell’Umanità, quando, i primi predissero al popolo eletto, gli Ebrei, e le seconde al popolo pagano, la venuta di Cristo.

Nella parte sottostante troviamo dodici riquadri che raffigurano i momenti della “Passione” che, dall’originaria Confraternita, era oggetto di rappresentazione al cadere di ogni venerdì santo. Il tutto è realizzato in un “unicum” pittorico, ideato da Jacopo Bertoja, ed elaborato da diversi artisti, fra cui Federico Zuccari e Cesare Nebbia, e delimitato da una serie di colonne “tortili” (a spirale) che ci richiamano, da una parte, il capolavoro Berniniano del baldacchino dell’altare principale, nella papale arcibasilica maggiore di San Pietro in Vaticano, ma, dall’altra, ci riportano nuovamente a Gerusalemme, tanto che furono chiamate anche “colonne salomoniche”.

Ulteriori dettagli e approfondimenti si possono avere durante i giorni di apertura (prossimi 6 e 27 aprile e 4 maggio, ore 11) ove le visite verranno guidate da due storici, Luana Ragozzino e Mirko Baldassarre, ed accompagnate da musiche antiche, suonate da Angela Naccari al clavicembalo e con delle arie, rinascimentali e barocche, cantate da Enrico Torre il quale, come controtenore, fa parte dei “falsettisti” (utili in epoche nelle quali alle donne era proibito cantare in pubblico, ed i “castrati” ancora dovevano affacciarsi sui prosceni, come avvenne poi alle soglie del ‘600) i quali si avvicinano, cantando appunto in falsetto, alla tonalità squisitamente femminile del “soprano”. Oggi l’Oratorio, dopo lunghi anni di abbandono, ospita il Coro Polifonico Romano “Gastone Tosato” il quale celebra, periodicamente, attraverso un connubio tra arte e musica, un luogo che, da quando quattro secoli fa si è notato come il legno presente ne favorisse l’acustica, ha riscoperto, come diceva S. Agostino, che “il canto è la gioia del cuore”.

Roma 1 aprile 2019                          Maurizio Moretti

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