Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto "Tebas Land" di Sergio Blanco allo Spazio Diamante di Roma

Mercoledì, 04 Marzo 2020

Tebas Land è una costruzione mastodontica che pone le fondamenta su Pirandello, Edipo, Truman Capote, Freud, Dostoevskij coi suoi fratelli Karamazov e si erge sulla cifra dell’autore Sergio Blanco che egli stesso definisce “autofinzione” cioè un patto di menzogna dove si giura infedeltà e slealtà al documento originale. E fin qui ci siamo.

Tre storie, tre intrecci. Un parricidio con 21 forchettate. I colloqui che un drammaturgo (Ciro Masella) fa con l’assassino (Samuele Picchi) e le prove dello spettacolo sull’assassino che compie il parricidio con 21 forchettate. Il tutto dentro e fuori una gabbia con un canestro da basket. E fin qui ci siamo.

Ci siamo fino a quando questo potpourri di mostri sacri della letteratura e il tentativo di originalità dell’autore non arrivi a ingarbugliare così tanto la scena da interrompere il flusso narrativo e l’empatia che si crea tra pubblico e personaggi. Il personaggio del drammaturgo/regista congela la storia più volte per spiegarla didascalicamente e poi rappresentarla fino a indulgere su argomenti che sarebbero stati chiari sin dall’inizio, rendendo noiosa questa sperimentazione di genere Blanco. Le foto dell’efferato omicidio con relativa spiegazione sono didascaliche, non aggiungono nulla neanche alla pruriginosa curiosità degli amanti del gossip che a teatro sono predisposti ad altro.

I due attori “caricano” così tanto nella recitazione da sembrare imberbi. Il racconto del racconto fatto da un racconto rallenta il ritmo della storia che poteva, con sacrosanto diritto del teatro, avvalersi di altri escamotage per trattare argomenti quali il rapporto padre-figlio, detenuto-carcere e finanche attore-regista.

Rompere la quarta parete, cioè rivolgersi al pubblico direttamente, non è da prendere sotto gamba, il pubblico ne fa un fatto personale se si sente sottovalutato e così non concede nessuna empatia neanche di fronte ad un fatto che non è privato. Un parricidio è un fatto di res pubblica, scomoda la comunità intera che si pone dubbi e domande, unisce e divide, coinvolge e indigna.

 In questa storia è tutto asettico, se il tentativo di Blanco era di sperimentare un altro genere c’è riuscito, ma forse dovrebbe spostare l’ago della bilancia un po’ più lontano dal documentario e un po’ più vicino all’animo umano, semplicemente per rispondere alla domanda canonica di ogni autore: “perché?”.

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