Abbiamo visto "Spettri, un dramma familiare" al Teatro Palladium

Lunedì, 24 Febbraio 2020

Un palcoscenico scarno, una vasca da bagno piena di fiori, una divisa su un manichino e parte della platea coperta da lenzuola. Spettri. Tutto lascia sperare una versione moderna o quanto meno originale dove gli spettri sono talmente vicini da concertare un’ immersività tenebrosa. Invece le verità nascoste, il pessimismo, il perbenismo e il concetto di colpa tramandata vengono rappresentate solcando la sicura strada tradizionale, in barba al teatro di ricerca e di movimento.

Se questo spettacolo aveva una valenza espressamente didattica, visti gli innumerevoli studenti in sala, ha perso l’occasione di mostrare un classico in chiave non classicista a vantaggio dei social costantemente aggiornati durante la rappresentazione e del chiacchiericcio disturbante del disinteresse scolastico.

La regia non accetta nessuna sfida e resta nella zona confort, costringendo uno dei mostri sacri del teatro italiano Micaela Esdra (nei panni della signora Alving ) a dare lezioni di “intenzione” ,seppure appassionata, per ogni parola pronunciata o gesto eseguito, tirando il freno allo scorrere della narrazione a svantaggio dell’esigenza drammaturgica. Giorgio Crisafi (il Pastore Mendes) è costretto a seguirla pur implodendo, sollecitando forse un ritmo vagamente più sostenuto, ma ogni fatica è deprecata dall’incedere (non solo da copione) di Fabrizio Amicucci (Falegname Engstrand) che sebbene abbia una mimica comunicativa sbaglia la mira e lascia al tocco della sua stampella il compito di dare drammaticità al suo personaggio. Tracciando una linea di demarcazione, Dalila Reas (Regine) mostra tutti i sentimenti di una ragazza che vive della speranza di cambiare la propria condizione arrendendosi poi al destino segnatole da sua madre e dalla borghesia del tempo e lo fa mostrando pallore (oltre al trucco) ad ogni notizia scenica, come se gli spettri lì presenti facessero meno paura di quelli che ha dentro. Igor Mattei (Osvald) equilibra le forze motrici dello spettacolo lasciando al pubblico l’interpretazione dei suoi movimenti che non sempre sono corredo drammaturgico. Il dubbio che resta alla fine del lungo spettacolo è il perché la godibilissima scenografia non mantenga le promesse di partecipazione attiva e integrante dello spettacolo e il perché l’indiscutibile bravura di tutto il cast sia limitata per non dire mortificata dai solchi stantii del già visto. E se è vero che gli spettri sono comunque lì ad aspettarci a testimonianza di una colpa inveterata è anche vero che non si offenderebbero se venissero rappresentati in modi “altri” e non solo o soltanto con le lenzuola bianche.

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