Viviroma.it spettacoli a Roma - Intervista a autrice e regista dello spettacolo "Più della mia vita" - Rassegna Trastestorie - Teatro Trastevere 1 e 2 febbraio

Lunedì, 20 Gennaio 2020

Intervista a Elisa Mascia, autrice del testo teatrale 'Più della mia vita' e alla regista Gabriella Praticò per lo spettacolo in scena il 1-2 Febbraio 2020 per la rassegna Trastetorie al teatro Trastevere.

​Elisa Mascia - autrice

Elisa, come nasce l’idea di questo progetto teatrale?
L’idea nasce da un incontro o meglio da diversi tipi d’incontro profondi e veri si può dire che il testo sia il risultato del mio incontro, avvenuto nel corso di una decina d’anni, con persone, luoghi, oggetti, ricordi, esperienze di vita personali e riflessioni su vari argomenti che riguardano soprattutto noi donne, in particolare, ed il nostro modo di vivere la vita, le relazioni con gli altri, il rapporto con noi stesse e di come spesso questo possa diventare autodistruttivo.
 
Il titolo “Più della mia vita” si riferisce a questo?
Esatto. Spesso le donne vanno oltre, oltre l’amore per se stesse in nome del senso di sacrificio e dedizione per gli altri, siano essi compagni, figli, genitori e questo le porta a “dimenticarsi” e a non ascoltarsi più, a non sentire le proprie emozioni i segnali di malessere che arrivano in qualche modo ma che vengono messi da parte. E’ così che possono poi nascere le depressioni, le malattie, i gesti estremi o l’autolesionismo delle donne che le porta a subire anche situazioni di violenza. E’ così che si arriva ad amare, come in “Più della mia vita”, in un modo estremo in cui la propria vita viene messa da parte.
 
Quali sono i temi centrali del testo?
I temi sono vari, sicuramente quello centrale è proprio legato al modo distorto in cui le donne spesso vivono le relazioni, soprattutto con gli uomini, e che hanno quindi la conseguenza di portarle ad accettare situazioni di violenza, psicologica o fisica che sia. Quindi sicuramente il tema della violenza è centrale ma è strettamente legato a quello della malattia, in questo caso malattia mentale, che diventa poi la via di fuga, il modo attraverso cui, le protagoniste del testo, reagiscono alla sofferenza ed al dolore che governa la loro vita.
 
Chi sono le protagoniste?
Sono due donne, Anna e Maria. Due donne che vivono nel quartiere popolare di Testaccio negli anni ’50 e che conducono una vita apparentemente normale, una con marito e figli e l’altra con il padre anziano, ma che in realtà nascondono una situazione di violenza domestica.
 
Sono storie vere?
Sono storie liberamente ispirate a storie vere, a racconti che ho raccolto.
 
Ecco, ce ne vuole parlare più precisamente? Come sono state raccolte?
Tutto è nato più di 10 anni fa, quando per un anno ho intervistato una delle ultime ex infermiere del manicomio di Santa Maria della Pietà, Maria Morena, per scriverne la biografia, attraverso lei ho potuto approfondire la storia del passaggio, in manicomio, dal modo disumano di trattare la malattia psichiatrica del vecchio sistema, fino all’arrivo dell’approccio illuminato di Franco Basaglia che nel 1978 rivoluzionò tutto ridando al malato mentale la propria dignità di essere umano. Maria mi ha raccontato di tante donne che entravano in manicomio per i motivi più disparati e che, pur non essendo malate, rimanevano lì per tutta la vita…
 
Perché entravano in manicomio se non erano malate?
Perché spesso il manicomio era il luogo in cui abbandonare le donne quando diventavano scomode ad esempio per i mariti, perché avevano un’amante o perché semplicemente non corrispondevano ai canoni della “donna perfetta” madre e moglie, come durante il Fascismo, oppure perché non veniva curata una depressione post-partum e chi ne soffriva veniva parcheggiata lì dentro. Il problema era che chi entrava non solo non ne usciva più, ma si ammalava psicologicamente seppur sana, perché le condizioni ed il trattamento nel manicomio era disumano ed alienante.
 
Quindi Anna e Maria, le protagoniste si ispirano a questi racconti?
Certo, sono il sunto di spunti, ricordi, storie che ho ascoltato, ma anche di esperienze mie personali e familiari, con cui purtroppo mi sono dovuta confrontare nel corso della vita e che mi hanno portata a voler cercare di capire, di spiegare ed infine di “raccontare” il disagio e la sofferenza delle donne…quella che forse ci portiamo dentro tutte per cultura, educazione, convinzioni sociali e religiose. Quell’etichetta che abbiamo ancora stampata sulla pelle e che condiziona ancora la nostra vita e non ci permette di ascoltarci davvero fino in fondo e quindi direi di esistere pienamente essendo ognuna ciò che è in realtà.
 
Come potrebbe riassumere in due parole “Più della Mia vita”?
Un “Inno alla vita”, alla vita che ciascuna donna ha il diritto di riprendersi, imparando ad ascoltarsi, ad esprimere e a vivere quello che sente e quello che è veramente, nella propria unicità e particolarità. Perché le donne sono diverse dagli uomini e sono diverse l’una dall’altra, ed è giusto che questa diversità venga vissuta davvero. E’ giusto vivere semplicemente. Concludo con una frase di Oscal Wilde che amo particolarmente e che descrive anche il senso del lavoro:
 
 
“Per essere felici bisognerebbe vivere. 
Vivere è la cosa più difficile al mondo. 
La maggior parte delle persone esistono, questo è tutto.”
 

Gabriella Praticò - regista

Gabriella, Quali sono gli aspetti del testo che ti hanno maggiormente attratto e che ti hanno portato ad impegnarti in questo nuovo progetto registico?

Quando mi è stata proposta la regia di questo testo, devo dire che me ne sono innamorata già dal titolo. "Più della mia vita", sono quattro parole che riescono a contenere l'essenza della donna come madre, figlia, compagna, amica e perché no? Vittima. Perché questa è la storia, come tante altre storie, dell'eroina anonima, dell'eroina quotidiana, dell'eroina della porta accanto, che, nonostante sofferenze, ingiustizie e abusi, riesce a ricrearsi la ragione o, se preferite, l'alibi per continuare a vivere.

Che tipo di impostazione registica hai dato nell’allestire questo testo?

La mia regia è volutamente scarna, nell’intento di dare massimo rilievo alla storia di queste due donne, che restano intrappolate nei loro destini anche quando cercano un modo per uscirne. E di questa loro lotta con il destino ho cercato di metterne in rilievo soprattutto la dimensione eroica, se non altro per come le due protagoniste riescono a sopportarne le avversità. Il loro è un piccolo mondo, chiuso, asfittico, e con la messa in scena ho cercato di sottolineare anche questo senso di claustrofobia, di inesorabilità e chiusura.

Cosa puoi dirci del cast?

Le due protagoniste sono Lucia Ciardo ed Elisa Mascia, con le quali non avevo mai lavorato prima ed è stato un grande piacere farlo. Tra l’altro collaborare sul piano della messinscena con un’attrice che è anche l’autrice del testo ha rappresentato per me una sfida, ma anche una costante fonte di confronto sulla validità ed opportunità delle scelte operate. La cosa bella è stata la loro totale disponibilità ad assecondare il disegno, con passione e attenzione.

 

Insieme a loro, in scena, c’è il mio compagno Gigi Palla, che si presta nell’interpretare i diversi ruoli che rappresentano un po’ la violenza che si trovano a subire le due protagoniste. 
Le musiche originali sono di Pino Armezzani e le scene di Lina Zirpoli e Giovanni Valgimigli, costumi Davide Zanotti.

 

Più della mia vita - Teatro Trastevere 1 e 2 Febbraio 2020 - Rassegna Trastestorie

https://www.facebook.com/events/1063498374014675/

 

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