Abbiamo visto la prima di TANGO DEL CALCIO DI RIGORE con NERI MARCORÈ al Teatro Brancaccio

Giovedì, 16 Gennaio 2020

Nel trascorrere degli anni della nostra vita ci troviamo tutti, a volte, ad avere il ruolo di chi deve tirare un rigore e non deve sbagliare e la paura di sbagliare è lì che ti attanaglia come è normale che sia; alle volte invece siamo il portiere, che deve cercare di intercettare la palla. Ma non è importante se alla fine segniamo il gol o pariamo il rigore, la cosa importante è vivere l’emozione dei momenti ed aver dato tutto, con onestà, per sé stessi e per la squadra in cui si gioca. Grazie alla Direzione Artistica del Teatro Brancaccio ed ai protagonisti di “Tango del calcio di rigore” per avercelo ricordato nello spettacolo che mi accingo a recensire.

Cominciai ad appassionarmi alla politica, ma dovrei meglio dire, forse, agli eventi del nostro meraviglioso pianeta dopo aver letto un articolo di giornale sugli orrori perpetrati dalle dittature fasciste in Argentina ed in Cile negli anni settanta. Ero poco più che un bambino ed avevo la fortuna di poter sfogliare i giornali che quotidianamente mio padre portava a casa la sera, rientrato dal lavoro.

Nella mia mente di preadolescente, leggere di giovani (poco più grandi della mia età di allora) strappati dalle loro case, con l’unica colpa di avere un’ideale di sinistra, un desiderio di giustizia sociale, un sogno di libertà e poi incarcerati, torturati, seviziati nei modi più vili ed infine gettati nell’oceano da aerei militari, aveva aperto una sete di conoscenza ed impegno sociale da cui non sarei più tornato indietro.

Perdonerete cari lettori, questa digressione personale, ma lo spettacolo di cui mi accingo a scrivere la recensione parte proprio dai ricordi di un bambino di allora (interpretato da Neri Marcorè) che insieme allo zio Casemiro assiste alla finale dei Campionati Mondiali di calcio il 25 giugno del 1978 quando l’Argentina di Kempes e Bertoni, allo Stadio Monumental di Buenos Aires, batte l’Olanda per 3 a 1 dopo i tempi supplementari, laureandosi campione del mondo per la prima volta nella sua storia. E’ un’edizione dei mondiali che è intrisa di sangue: in quegli stessi giorni in cui si giocano le partite, la dittatura militare al potere continua a torturare ed uccidere la migliore gioventù del Paese, un’intera generazione viene spazzata via dal regime fascista di Jorge Videla che orchestra il Mondiale come strumento di propaganda politica, affinché il mondo si dimentichi delle madri di Plaza de Mayo, quelle madri che chiedono ogni giovedì pomeriggio sotto la Casa Rosada, sede del governo nazionale, la verità sui propri figli scomparsi (i desaparecidos).

Il piccolo Marcorè come tutti i bambini della sua età, nulla sa di quei ragazzi poco più grandi di lui incarcerati ed uccisi, festeggia nella notte portegna al ritmo di tango e milonga.

Solo tanti anni dopo, a dittatura sconfitta, comprenderà il significato vero di quella notte: l’Argentina “doveva” vincere quella finale per consolidare la dittatura sanguinaria. Non ci sono innocenti in questa triste storia: in quei mondiali gli arbitri si manifestano palesemente parziali a favore della squadra di casa, alcuni avversari demotivati scendono in campo come vittime sacrificali ed il mondo, non solo quello del pallone, chiude gli occhi, vergognosamente, all’orrore argentino. Quella sera, in quello stadio, accanto al sanguinario Videla, ci sono anche due suoi grandi amici: l’italiano Licio Gelli (fascista pluricondannato per depistaggio in merito alla strage di Bologna e per la costituzione della loggia massonica P2) ed Henry Kissinger, allora segretario di Stato USA, a dimostrazione degli appoggi internazionali di cui godeva la dittatura.

Ma lo spettacolo messo in scena al Teatro Brancaccio con la Regia di Giorgio Gallione non è solo ricordo e riflessione sull’Argentina degli anni settanta, è un tuffo in un mondo poetico, magico e a volte grottesco del Sudamerica, attraverso le sue più grandi passioni: il calcio e la musica.

 

Ed è in quest’ottica che il piccolo Marcorè ricostruisce il suo passato di appassionato di calcio, recuperando storie di “futbol” tra racconti magici che sembrano reali (e forse lo sono) e realtà storiche: fanno da sfondo alcuni racconti di Osvaldo Soriano (come dimenticare il suo malinconico romanzo Triste, solitario y final del 1973). Sono storie di calcio, di memoria, di personaggi indimenticabili come il figlio di Butch Cassidy che si trova ad arbitrare a colpi di revolverate una fantomatica finale dei Mondiali di calcio in Patagonia nel 1942 tra la Germania nazista e gli Indios Mapuches (trionfatori finali). O come l’anziano portiere Gato Diaz che para un rigore per amore di una donna, in quello che passerà alla storia come il calcio di rigore più lungo della storia.

 

O ancora calciatori ingaggiati per una forma di formaggio (poi divenuti grandi campioni) e il dramma del capitano del Cile Francisco Valdés che dovette accettare di fingere un’azione e segnare un gol senza avere di fronte un’altra squadra che giustamente si era rifiutata di scendere in campo dopo il golpe di Pinochet.

 

E’ proprio questo forse il momento più poetico della serata quando Marcorè saluta Don Pablo, il grande poeta Pablo Neruda, con alcuni suoi versi scritti poco prima di morire, alcuni giorni dopo la presa di potere del dittatore Pinochet: “E arrivò il giorno in cui / i macellai devastarono il paese. / Iniziò così una storia di supplizi / i figli legati furono e feriti / arsi furono e gettati a mare / morsi furono e interrati / finché furono solo ossa / e subito venne la cenere e il sangue”.

 

E’ un racconto, quindi, che procede a passo di tango e di milonga, tra campionati improbabili e storie di campi nella pampa argentina e calci di rigore che rappresentano la solitudine (chi tira un calcio di rigore è sempre solo) ma anche la volontà di combattere contro realtà sociali difficilmente accettabili.

 

Ed è uno spettacolo che va oltre il teatro prettamente di narrazione per costruire un filone narrativo che partendo dallo sguardo del bambino si proietta sull'immaginazione di un paese (e di un continente intero, il Sud America) che nel calcio (e nel tango), oltre la sua stessa consapevolezza, sembra ancora riconoscersi.

 

Gli attori sul palco vivono pienamente i loro personaggi: anche questa volta Neri Marcoré scende nell’animo del suo personaggio che forse sente “suo” veramente e lo fa in modo magistrale: balla, suona, canta con bravura, si muove valorizzando una scenografia (di Guido Fiorato) varia, composta da pali che pendono dall’alto, tavolini, sedie ma anche da un’enorme pellicola trasparente che scende dall’alto e poi si muove, trasformando le luci (di Aldo Mantovani) in momenti di intensa emozione, in particolare quando appaiono le immagini illuminate di alcuni desaparecidos, immagini di ragazzi come siamo stati noi e come sono i nostri figli pieni di sogni e di ideali.

 

Coprotagonisti sono un grande Ugo Dighero che riesce a coniugare momenti drammatici con l’ironia dei vari personaggi a lui affidati con la professionalità di sempre (imperdibile l’interpretazione del Gato Diaz) e Rosanna Naddeo, che commuove tutta la platea quando esprime il dolore (ma anche una incrollabile richiesta di giustizia) di una mamma di Plaza de Mayo.

 

Assieme ai protagonisti della serata ci sono anche Fabrizio Costella e Alessandro Pizzuto che si integrano perfettamente con il trio più blasonato.

 

Le musiche sono arrangiate da Paolo Silvestri e accompagnate da brani di Astor Piazzolla e Mercedes Sosa e rendono lo spettacolo ancor più piacevole.

 

Altro messaggio importante che vuole dare lo spettacolo è quello di un calcio che sembrerebbe aver sostituito la religione come oppio dei popoli, un potente narcotico sociale in grado di dare soddisfazioni e delusioni a persone ormai anestetizzate e non in grado di opporsi alle ingiustizie.

 

Non era facile mettere in scena uno spettacolo così, dove dramma e leggerezza si alternano e la bravura del regista, Giorgio Gallione sta proprio nell’aver coraggiosamente espresso entrambi i momenti. Tuttavia, se una critica costruttiva può essere fatta alla regia è che al racconto dei terribili crimini e massacri commessi dalla dittatura militare argentina, si passa con troppa velocità ad una canzonetta leggera con tanto di coro travestito da piante di cactus; probabilmente la scelta è dettata dal timore che il pubblico abbia bisogno di alternare le due emozioni (la riflessione ed il divertimento) non reggendo un impianto drammatico per troppo tempo, ma così facendo la sensazione è quella di assistere ad una serie di racconti disorganici e confusi. Si tratta di un limite che purtroppo va ad inficiare un risultato finale che comunque rimane di altissima qualità e che proietta “Tango del calcio di rigore” tra i migliori della stagione romana attuale.

In scena al Brancaccio fino al 19 gennaio, da non perdere.

CLAUDIO PADELLINI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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