Abbiamo visto LA STRADA al Teatro Piccolo Eliseo

Lunedì, 11 Novembre 2019
Al testo di Cormac McCarthy, il regista Stefano Cioffi aggiunge le suggestioni visive dello sfondo minimale: uno schermo su cui si alternano lentamente paesaggi desolati, foto animate solo da dettagli in movimento di nuvole, risacche, fili d’erba secca. Pochissimi segni di residua umanità.
 
Ed anche il palco si adegua: una sedia, due leggii, una chitarra suonata e battuta da Francesco Berretti che accompagna ma non ruba la scena. La chitarra diventa protagonista quando dalla sua cassa emerge il cuore palpitante del protagonista e dello spettatore, quando bisogna scegliere se entrare in un rifugio od evitarne i pericoli,  quando propone in lontananza un cane, quasi un miraggio acustico di Vita. 
 LA STRADA Guglielmo Poggi foto di Stefano Cioffi 05
Sul palco, al leggio il solo Guglielmo Poggi crea un susseguirsi di personaggi e fa presto abbandonare la consapevolezza di assistere ad un monologo.
 
Uno spettacolo che si propone come dramma/tragedia, ambientato in un mondo ormai inospitale, polveroso, buio e maleodorante, devastato da una indefinita tragedia globale che ha quasi portato il genere umano all’estinzione. Da quanto tempo? Cosa è successo? Non conta. E neppure contano il luogo ed il tempo: è il presente per il Padre, il Figlio e lo spettatore. È qui. 
 
In essenza, lo spettacolo si rivela essere un viaggio introspettivo, in cui lo spettatore non può evitare di chiedere a se stesso quali scelte avrebbe fatto lungo La Strada, una volta venuta meno ogni rassicurante struttura sociale ed in assenza di conforti relazionali.
 
La voce narrante dello stesso Guglielmo è fredda, asettica. Introduce rapidamente in un’atmosfera dapprima respingente: si fa fatica ad accogliere nella mente le strade desolate, coperte di ceneri, prive di illuminazione, attorniate da relitti di veicoli bruciati e resti mortali maleodoranti. L’esigua umanità sopravvissuta è così in lotta per la propria sopravvivenza da aver abbandonato la cura dei tanti corpi carbonizzati. In mancanza persino del sole, non resta che Dio a cui alzare lo sguardo ed il pugno, nella disperazione di ogni risveglio, sempre più tormentato da tosse per le ceneri che ricoprono la Strada. Il Padre ed il Figlio sono l’uno porto sicuro dell’altro, l’uno ragione di vita dell’altro, poiché nessun’altra relazione umana sopravvive: offrire conforto ad uno sconosciuto può rivelarsi fatale. 
 
Un flashback che si intreccia nel presente attraverso il sogno del Padre descrive come la Madre non abbia retto al dolore, alla rabbia, all’amarezza. Ha lasciato andare oltre il Padre ed il Figlio, verso un Sud che sembra più un motivo per continuare a camminare che una reale destinazione. “Andiamo a sud perché lì fa caldo?”, chiede il Figlio. “Andiamo a sud perché lì fa caldo”, ripete il Padre. Nessun commiato drammatico dalla Madre, consapevole che per tre persone, sono necessari tre colpi di pistola. E ne sono rimasti solo due. La Madre decide di lasciarli a loro, per sé sceglie un’ossidiana affilata. 
 
Lo spettatore può provare a resistere, a non porre se stesso sul piano della tragedia, può provare ad evitare lo tsunami emotivo e le scelte che La Strada chiama a fare. Eppure, ogni resistenza è vinta dall’innocenza e dalla timidezza del Figlio. Lui si permette il lusso, non concesso al Padre, di credere ad un’umanità cui si possono ancora offrire gesti di generosità. “Noi siamo i buoni, papà?”. “Noi moriremo?”. “Noi non mangeremo mai le persone, vero, papà?”. La purezza della voce del Figlio accostata al tono ruvido del Padre, uomo buono ma gravato dal peso di un destino incomprensibile. Pensieri brevi e limpidi, quelli del Figlio, compresse imprecazioni nell’animo del Padre. 
 
Rari e pericolosi gli incontri con altri relitti di umanità sporchi ed affamati, solitari od in branco, privi di regole e talvolta disposti a tutto per sopravvivere. Loro, il Padre ed il Figlio, scelgono, piuttosto, di camminare fino a morire. La pancia gonfia d’aria e le scapole come lame sotto la pelle del bimbo, lui dignitosamente non piange per se stesso, ma per il dolore di non potersi curare degli altri: “se non lo aiutiamo noi, morirà”. “Morirà comunque”, risponde il disilluso Padre. 
 
Senza nulla, il Figlio è pronto a condividere con un altro bambino il bene più prezioso che ha: la protezione del suo papà. Per il Padre l’ingenuità del Figlio è un dono prezioso da cui attingere forza, ma è anche un lusso: non può essere altrettanto generoso; quello sconosciuto bambino solitario incontrato può essere una trappola. Scelte orribili, in cui lo spettatore si chiede cosa avrebbe fatto.
 
Avrebbe aperto la botola di quella casa abbandonata, ma stranamente intatta, per cercare cibo? O avrebbe dato retta ai brutti presentimenti del figlio? Non c’è tempo per rispondere, rapidamente la scena si svolge e conduce alla domanda seguente.  
 
E mentre la trama scorre a ritmo sempre sostenuto lungo paesaggi lenti, immobili, giorni infiniti ed eternamente sospesi, Guglielmo Poggi salta da una caratterizzazione all’altra con scioltezza e padronanza. Incassa la testa nelle spalle, o curva la schiena, storce il viso o biascica, dondola irrequieto, tuona o sussurra appena nel microfono: così Guglielmo diventa il Vecchio, il Ladro, lo Stupido, i Cannibali, i Prigionieri, il Giovane. Ogni incontro è un taglio nell’anima, una lotta tra istinto di sopravvivenza e coscienza di essere i Buoni, i “fortunati”. Ogni scena è una scelta tra cosa sarebbe giusto fare e cosa saremmo disposti a fare. 
 
È preziosa l’occasione di un rifugio per alcuni giorni: con cenni di una normalità perduta, il piccolo uscito dalla doccia “sembra un figlio dei tempi migliori”. 
 
Ed il mare! Un sogno, una meta. “Sarà blu, papà?”. Finalmente raggiunto, pur se grigio, è comunque un momento raro. “Posso, papà?” - Guglielmo fa davvero brillare i suoi occhi dentro quelli del Figlio. Un tuffo nell’acqua fredda è un pericolo, certo, ma potrebbe essere l’ultima occasione di gioia, in un pianeta in cui nessun risveglio è garantito e si cammina con lo specchietto retrovisore attaccato all’avambraccio. 
LA STRADA Guglielmo Poggi foto di Stefano Cioffi 02
 
Un flash forward, inserito nel presente per mezzo di un sogno, stavolta del Figlio, svela che prima o poi il Padre sarà vinto dalla tosse e dalla spossatezza. Morire ed abbandonare in questa desolazione il Figlio? Il Padre gli insegna a conservare l’ultimo colpo della pistola per se stesso, ma non sa se davvero il piccolo sarà capace di usarlo. Oppure stringere a sé il corpo esanime del figlio, rimanere solo, proteggere il bimbo dalle possibili atrocità? E se il bimbo, pur da solo, potesse aver fortuna lungo La Strada?
 
Non c’è una risposta migliore delle altre. Non c’è facile soluzione alla coscienza dello Spettatore: una volta accettato di diventare protagonista dello stesso viaggio, è ugualmente sospeso e solo con se stesso. 
 
Il Figlio continua lungo La Strada. Altre persone: “voi siete buoni? Come faccio a sapere che siete buoni?”. “Non puoi saperlo”.  Ma l’improvvisa luce del finale si para alle spalle del protagonista ed impedisce di vederne le future svolte.
 
Applausi infiniti hanno richiamato Cioffi, Poggi e Berretti sul palco per tutto il tempo necessario agli spettatori affinché tornassero ad una più confortante realtà ed esorcizzassero il carico emotivo di una minaccia resa fin troppo verosimile da una recitazione rapida ed una regia equilibrata, che non indulge alle avversità ma che non ne sconta alcuna.
 
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