Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto "La Cena delle Belve" al teatro Ciak di Roma

Sabato, 09 Novembre 2019

Al teatro Ciak di Roma abbiamo assistito a “La Cena delle Belve”, opera teatrale vincitrice di ben tre premi Molière, tratta dal testo dall'autore armeno di formazione francese Vahé Katchà.

La storia è ambientata nell’Italia del 1943 quando, in seguito all'armistizio dichiarato dal Maresciallo Badoglio, i tedeschi si sono trasformati da alleati ad occupanti.

I protagonisti sono sette amici intenti a festeggiare il compleanno di una di loro. Oltre ad una festa, l'evento rappresenta anche una sorta di fuga esistenziale dall'angoscia della guerra con i suoi orrori e le sue privazioni e, infatti, viene bandito qualsiasi riferimento alla situazione politica e si festeggia come si sarebbe fatto “ai vecchi tempi”, con tanto di pietanze introvabili dal sapore quasi dimenticato e, perfino, una bottiglia di champagne; il tutto proveniente dal mercato nero.

I padroni di casa sono la festeggiata Sofia (Marianella Bargilli) e suo marito, il libraio Vittorio (Ruben Girillo) che accolgono uno ad uno i loro ospiti: il pavido e poco capace medico (Gianluca Ramazzotti), Pietro (Francesco Bonomo) soldato rimasto cieco in seguito ad un'operazione di guerra, Francesca (Silvia Siravo) vedova invischiata nelle trame della resistenza, Vincenzo (Emanuele Salce) docente omosessuale di letteratura e Andrea (Maurizio Donadoni) affarista faccendiere e collaborazionista.

I personaggi si presentano inizialmente in tutta la loro veste di rispettabilità sociale e i festeggiamenti cominciano in un clima rilassato e conviviale finché al gruppo si aggiunge un ospite inatteso: l'ufficiale delle SS Kaubach (interpretato da un magistrale Ralph Palka).

Gli eventi che avvengono al di fuori della casa vengono “spiegati” al pubblico attraverso la proiezione di brevi ed efficaci cartoons in stile tarantiniano. Si apprende così che quella sera sono stati uccisi due soldati tedeschi proprio sotto casa e che, di conseguenza, i nazisti hanno deciso di prelevare due persone da ogni appartamento del palazzo per rappresaglia.

L'ufficiale nazista, che fortuitamente conosce il libraio, concede gli amici l'opportunità di decidere autonomamente chi, tra loro, debbano essere le vittime da sacrificare.

E' proprio a questo punto che la vicenda (che ci rammenta i tragici eventi di via Rasella) precipita fino a diventare una roulette russa, dando inizio alla vera e propria “Cena delle Belve”.

L'opera di Katchà scava impietosamente nell'animo umano, costringendo ciascun personaggio a trasfigurarsi e a calare la traballante maschera della rispettabilità borghese per manifestarsi nei tratti ben più reali e concreti della propria meschinità e bassezza.

Alla cena non ci sono eroi e nemmeno più amici, ma solo individui soli che vogliono sopravvivere a tutti i costi e che, per questo, non esitano a sacrificare quelli che, fino a poco prima, erano i loro affetti più cari. Tutti sono pronti a  “divorarsi” l'un l'altro, proprio come delle belve, pur di scampare alla malasorte.

L'ufficiale delle SS concede due ore di tempo al gruppo per decidere chi sacrificare, e in questo intermezzo lo humour nero, dal sapore amaro e salace, condisce l'opera con sapienti pennellate di mera crudeltà, permettendo allo spettatore di identificarsi in ciascuno dei sette personaggi: sette come i peccati capitali.

Troppo facile individuare nel nazista il nemico crudele, facendo così salvi tutti gli altri. Katchà smonta questa comoda tentazione per smascherare il vero nemico. Il vero colpevole, infatti, non si trova all'esterno, ma dentro ciascun uomo: è la mente umana, capace di ogni tipo di malvagità, compreso il nazismo.

Un inatteso finale sorprende lo spettatore come una sorta di colpo di scena ma, in definitiva, nessuno si salva realmente e niente tornerà come prima.

 

Stefano Mc Vey

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