Abbiamo visto MEIN KAMPF KABARETT al Teatro de' Servi

Martedì, 05 Novembre 2019

Due ore di satira politica ieri sera per Nicola Alberto Orofino che ha portato sul palco del Teatro de' Servi il testo MEIN KAMPF di George Tabori.

Teli macchiati appesi come panni o spiegati come vele fanno salpare due strampalati personaggi, l’ebreo Lobkowitz e l’ebreo Herzl, in una storia farcita di citazioni, allusioni, battute blasfeme o sagaci, in un mondo dove Dio viene evocato ma sembra non far sentire più la sua presenza visto che anche i suoi comandamenti vengono ridotti e banalizzati.

Sulla scena irrompe un giovane che, dotato di una dialettica forbita, riesce a catalizzare su di se l'attenzione della ristretta comunità. Apparentemente non sono i contenuti del discorso ma i toni istrionici ad essere efficaci; compaiono più o meno casualmente simboli come la svastica, una girandola con cui giocare; sono proprio i due ebrei che aiutano il ragazzo ad assumere le sembianze che lasceranno poi un segno indelebile nell'umanità.

Sembra quasi che una ricerca delle radici del male porti alla casualità di eventi e bugie che si insinuano in una società fino a permearla: è il giovane Hitler che comincia a parlare di straniero per creare divisioni e contrapposizioni e come risponde l'ebreo Herzl? Con una fantasiosa quanto improbabile ricostruzione genealogica degli eventi che collegano i loro cognomi che guardacaso assume la configurazione di una svastica.

Il ragazzo che diventerà il Führer manifesta una precoce difficoltà a provare dolore quando parla della morte della madre ed è proprio l'assenza di compassione, di pietà il terreno più fertile dove fare crescere il fiore del male.

Conversazioni apparentemente banali, battute sarcastiche, bugie lasciano spazio a personaggi mediocri che creano opere d'arte il cui unico elemento comune è la penombra.

La colonna sonora di questa società mediocre diventa la marcia che si alterna al suono dei treni che portano via gli stranieri.

Anche tra il pubblico nel corso delle due ore dello spettacolo le risate vengono sostituite dall'amarezza, per la consapevolezza che non si sta raccontando una favola ma una storia che nella sua infamia ha alcuni colpevoli ma tanti complici.

L'attualità del testo è in questa mancanza di attenzione, di vigilanza, che può permettere anche oggi ad alcuni di decidere per gli altri, chi siano i giusti, chi i nemici, chi gli stranieri.

La figura della morte che compare verso la fine dello spettacolo è straordinaria, con il suo compiacimento di fronte ad una sigaretta, ad un bicchiere d'alcol, ad un colpo di tosse, che aiutano tanti ad arrivare al suo cospetto.

E pur essendo venuta per portarsi via il giovane Hitler, capisce, con l'incosciente collaborazione dei due ebrei, che lasciarlo non potrà che giocare a suo vantaggio.

La storia assume una tale cupezza e tragicità che la satira rimane confinata nei balletti d'intermezzo. Il volto sudato, tirato, imbiancato degli attori nei saluti finali, mostra la fatica di un lavoro anche fisicamente estenuante per loro, ma anche per il pubblico.

Usciamo un po' più piccoli, grati a questa compagnia di averci ricordato le miserie dell'uomo, con in mente le mamme che cantavano la ninna nanna ai bambini nelle camere a gas, mentre fuori suonavano le marce.

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MEIN KAMPF KABARETT 

di George Tabori

Regia Nicola Alberto Orofino

Con Giovanni Arezzo, Francesco Bernava, Egle Doria, Luca Fiorino, Alice Sgroi

Debutta a Roma dal 4 al 6 novembre al Teatro de’ Servi, nell’ambito della stagione Fuoriclasse, dedicata alla drammaturgia contemporanea, MEIN KAMPF KABARETT di George Tabori con la regia di Nicola Alberto Orofino.

Un giovane ragazzo con la passione della pittura, arriva da Braunau sull’Inn a Vienna per tentare l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti. Squattrinato, infreddolito e costipato, trova rifugio in un dormitorio in cui vivono l’ebreo Lobkowitz e l’ebreo Herzl. Una storia come tante, se non fosse che quel giovane ragazzo altro non è che l’uomo che da lì a qualche anno avrebbe abolito ogni libertà in Germania, causato un conflitto mondiale e ucciso sei milioni di ebrei. 

MEIN KAMPF di George Tabori è un testo complesso, ricco di riferimenti religiosi, storici, intellettuali.  

Giovanni Arezzo, Francesco Bernava, Egle Doria, Luca Fiorino, Alice Sgroi portano in scena una gigantesca riflessione sul senso della vita e della morte, della storia e della fantasia, della verità e della bugia. 

Niente è come sembra perché tutto si mischia, tutto si può dire, tutto può accadere, tutto si può fare dentro l’ospizio della signora Merschmeyer sito in Vicolo del Sangue a Vienna. 

L’ebreo Herzl conduce il gioco. Lui che è un grande bugiardo, passa il tempo ad aspettare. 

L’attesa, condizione esistenziale ebraica, è il suo modo di vivere la vita. Nell’attesa e nel dubbio esplodono fantasia e creatività: le bugie diventano l’unico nutrimento irrinunciabile dell’ebreo Herzl. Da lui e con lui prorompono in palcoscenico un ventaglio di personaggi stra-ordinari, forse frutto della sua fantasia. 

L’ebreo Lobkowitz che crede di essere  Dio, la vergine Gretchen, la più intima proiezione di Herzl, contemporaneamente sogno d’amore e di erotismo, rappresentante di un mondo femminile che vorrebbe appagarlo, ma lo spaventa. Le giornate scorrono all’interno dell’ospizio viennese, le relazioni sempre più forti, le riflessioni sempre più argute, e ,quando sembra che un’improbabile quanto auspicabile amicizia sia ormai nata tra l’ebreo Herzl e il giovane “ariano” di Braunau sull’Inn, arriva la signora Morte per prendersi il futuro Fuhrer, quale suo aiutante prediletto. 

La storia non si modifica, il futuro degli uomini è segnato dentro il taccuino che la cieca signora dell’Aldilà consulta per avvisare i clienti che l’ora è giunta. Il senso della Storia rimane interdetto, meraviglie e orrori del passato e del futuro che verrà, non possono trovare spiegazioni umane. 

MEIN KAMPF, rovesciando completamente l’omonimo libro del Fuhrer, è una lezione di vita, perché di attesa e d’incapacità di leggere e ragionare sugli accadimenti della nostra esistenza, di frustrazioni e inumanità, di bramosia di potere e leaderismo siamo ammalati in tanti,  oggi come ieri. In un contesto del genere, tutto può accadere anche oggi, come quando in quel tempo non tanto lontano. 

“Ho aggiunto il sottotitolo KABARETT, al titolo MEIN KAMPF del testo di Tabori”- annota Nicola Alberto Orofino. “Il Kabarett, da un punto di vista tematico e stilistico faceva spessissimo uso della satira, soprattutto affrontando argomenti legati alla società e alla politica, non ultimo il nazismo. Inoltre l’antisemitismo dilagante in quegli anni colpì duramente anche la comunità degli artisti del Kabarett, perché molti di loro erano ebrei. L’ironia a tratti feroce che pervade il testo, mi ha fatto pensare che questa forma di spettacolo tanto si avvicina allo spirito dell’opera. Infine ho preferito usare il termine Kabarett a Cabaret nel rispetto di una differenziazione proposta dagli stessi studiosi e artisti tedeschi dell’epoca: cabaret indica solo gli spettacoli più piccanti e di grana grossa, mentre il termine Kabarett sarebbe riservato agli intrattenimenti di satira sociale e politica. 

E intrattenimento di satira sociale e politica mi sembra la definizione più giusta per il tipo di lavoro intrapreso.

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