Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto Itaca con Lino Guanciale

Mercoledì, 07 Agosto 2019

Recensione di “Itaca” con Lino Guanciale

Lino Guanciale

Sono stati fortunati gli spettatori che sabato sera hanno assistito ad “Itaca” con Lino Guanciale, molto fortunati.

E’ una delle sere più belle dell’estate romana, una sera fresca con un tramonto incantevole ed una luna quasi assente che permette di ammirare il cielo stellato in tutto il suo splendore.

L’organizzazione è perfetta, accogliente e premurosa e, quando Lino Guanciale inizia a declamare i versi di “Itaca” scritta dal poeta Costantino Kavafis, allo spettatore sembra quasi che la propria vita sia, realmente, una lunga ed eccitante poesia:

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca  devi augurarti che la strada sia lunga,  fertile in avventure e in esperienze…

Devi augurarti che la strada sia lunga.  Che i mattini d'estate siano tanti  quando nei porti - finalmente e con che gioia -  toccherai terra tu per la prima volta…

Sempre devi avere in mente Itaca -  raggiungerla sia il pensiero costante.  Soprattutto, non affrettare il viaggio;  fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio  metta piede sull'isola, tu, ricco  dei tesori accumulati per strada  senza aspettarti ricchezze da Itaca.  Itaca ti ha dato il bel viaggio,  senza di lei mai ti saresti messo  in viaggio: che cos'altro ti aspetti? …”.

 

Ed è proprio un viaggio metaforico quello che lo spettacolo propone, un viaggio, dove il mare è il protagonista assoluto e sempre presente, che parte da Itaca che è al tempo stesso origine, ragione e meta finale del lungo peregrinare; un viaggio simile a quello del leggendario Ulisse e che porta lo spettatore a comprendere l’importanza del sapere e della conoscenza.

Quello stesso Ulisse che troviamo nel Canto XXVI dell’Inferno che Guanciale descrive e recita in maniera brillante: Dante scorge una doppia fiamma e, chiedendo spiegazioni a Virgilio, apprende che quelle fiamme rappresentano Ulisse e Diomede, puniti insieme per l’inganno del cavallo di Troia. Ulisse inizia così il racconto sui suoi ultimi anni di vita: tornato ad Itaca, viene preso dal desiderio di compiere un nuovo viaggio con i suoi compagni, fino a giungere alle Colonne d’Ercole. Convinti i compagni con un appassionato discorso, Ulisse supera le Colonne e dopo mesi di viaggio l’eroe e il suo seguito giungono in vista di un’isola. Dalla terra, però, nasce un vortice che investe la nave di Ulisse che, improvvisamente, sprofonda nel mare:

“… Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ’l mar fu sovra noi richiuso…”.

 

Ed è sempre da Itaca che si salpa, con un salto nell’età contemporanea, navigando tra le storie di vari personaggi del cinema e del teatro; è così che dopo un breve omaggio ad Alberto Savinio (fratello del più noto Giorgio De Chirico), Guanciale scatena applausi, recitando “A livella” di Totò che ci ricorda come alla fine del nostro percorso terreno, di fronte alla morte, siamo tutti uguali.

Guanciale, nato in Abruzzo da padre medico e madre insegnante di origine romana, naviga quindi tra letteratura, cinema ed episodi curiosi della sua vita, accompagnato magistralmente dalla fisarmonica di Davide Cavuti (che firma anche la regia dell’opera) e da una scenografia che vede un leggìo al centro ed una piccola scrivania laterale.

L’attore di Avezzano passa quindi a recitare il grande Ennio Flaiano con gli “Aforismi”, ma a far sbellicare il pubblico è soprattutto il “Catalogo” degli strafalcioni del produttore napoletano Peppino Amato (suocero di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer) raccolti dallo stesso Flaiano che Guanciale recita alla perfezione. Amato, napoletano, parlava e pensava in napoletano ed aveva l’abitudine di deformare l’italiano, così, frequentando intellettuali ed artisti ed udendo parole per la prima volta, le ripeteva a modo suo, generando un effetto comico involontario ma genuino: “Per questo film c’è un’attesa sporadica!”, “Non sono entrato al ricevimento, mi sono fermato sulla sogliola”, “Mi sono fatto mettere le iniziative sulla camicia”.

Guanciale passa quindi ad omaggiare Roma, la spontaneità dei suoi abitanti e le sue mille contraddizioni recitando prima Gadda (il biondo che interroga il porchettaro in “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”) e poi Pasolini (ne “Il pianto della scavatrice” raccolto nelle “Ceneri di Gramsci”) dove il poeta descrive meglio di chiunque altro la vita nelle borgate romane, una rappresentazione ancora attuale, raccontata con delicatezza e rispetto che, per chi in quelle strade è cresciuto, non può che generare commozione:

“…Povero come un gatto del Colosseo, vivevo in una borgata tutta calcee polverone, lontano dalla città e dalla campagna, stretto ogni giorno in un autobus rantolante: e ogni andata, ogni ritorno era un calvario di sudore e di ansie. Lunghe camminate in una calda caligine, lunghi crepuscoli davanti alle carte ammucchiate sul tavolo, tra strade di fango, muriccioli, casette bagnate di calce e senza infissi, con tende per porte...”

 

Si conclude quindi con “Itaca” splendida canzone di Lucio Dalla e con un finale che coinvolge e diverte il pubblico con il ritornello di “Ho visto un Re”, celebre brano musicale composto da Dario Fo.

Lo spettacolo termina come è inevitabile, ma ciò che rimane viva negli spettatori è quella sensazione che anche se la strada della vita appare tortuosa e indecifrabile (come ad Ulisse nel suo viaggio), il sapere accumulato dall’esperienza e dalla cultura ci consente di affrontare le nostre paure ed i nostri fantasmi con rinnovata energia.

La conoscenza non dà ricchezze materiali, ma riempie lo spirito e consente di vivere una vita degna e piena di poesia. 

                                         Claudio Padellini

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