Incontro con Danilo De Santis, alla scoperta del futuro del comico

Sabato, 08 Giugno 2019

Siamo stati a vedere ’Il tesoro di mamma’, ci siamo divertiti ed abbiamo riso di gusto. Dopo un po’ ci facciamo prendere dalla curiosità e ci domandiamo come funzioni dietro le quinte questo lavoro di équipe e i suoi segreti. Come mesi di lavoro siano stati spesi per 2 ore di commedia, come certe idee siano venute in mente all’autore, chissà come quel personaggio ha preso vita. E capire il futuro del teatro.
Cosi Viviroma ha deciso di fare quattro chiacchiere con Danilo De Santis e la sua compagnia.

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Il primo segreto svelato è che questo gruppo di lavoro non ama le definizioni e gli schemi e quindi sono una “compagnia di fatto”. Facciamo parlare l'autore nonché regista.
D. De Santis: Molte sono le commedie che abbiamo fatto insieme. In alcune ci siamo tutti, in altre manca qualcuno secondo le situazioni. Viste le esperienze di altre compagnie che negli anni si sono sfaldate, anche di nomi importanti, ho deciso di non costituire una compagnia con attori fissi. Però poi alla fine siamo sempre le stesse persone perché quando scrivi un una commedia spesso crei dei personaggi e ti viene automatico pensare a quella persona che conosci con le sue caratteristiche. Quindi riesco a trovare una scrittura che mi porta poi ad associare direttamente quel personaggio all'attore che conosco.
A volte si può creare una situazione che uno senta come diritto acquisito il fatto  che nella volta successiva ci debba essere. In realtà non so quello che succederà nel processo creativo e non sai mai chi sarà presente.
Per esempio ho scritto una commedia dove per la prima volta non ho chiamato Francesca Milani, che è una delle attrici storiche con cui ho sempre lavorato. Nella scrittura di questa pièce il suo personaggio c'era, ma ad un certo punto, avendo finito la commedia che era diventata già abbastanza estesa di per sé, questo personaggio era rimasto solamente un personaggio che veniva nominato continuamente ma non aveva più ragione di entrare attivamente della commedia ed è stata cancellata la sua presenza sul palco.
Si creano poi situazioni di difficoltà per cui poi spesso chi scrive è costretto a fare delle selezioni naturali, anche non desiderate. Magari arriverà il giorno in cui scriverò una commedia in cui non ci sono io... ahhah. Difficile però che possa accadere….
Anche io mi metto dentro nel percorso che faccio quando scrivo le commedie.
Viviroma: C’è un significato recondito nelle tue commedie anche se so che non lo vuoi svelare?
D. De Santis: Ho sempre visto un po' di traverso quelle commedie dove si parla del consueto spiegone…. No non mi piace quando c'è quella lezione morale che si vuole fare, oppure quando il percorso della protagonista deve fare una sorta di iperbole per far funzionare la storia.
Il filo conduttore delle mie opere è che alla fine Io amo i perdenti, nel senso le persone che non non hanno capito nulla, prendono una lezione e poi reiterano sempre lo stesso errore e continuano a sbagliare.
La cosa che mi fa ridere è che uno incappa sempre negli stessi errori. E’ questa la condizione esistenziale da cui nasce la comicità. Inoltre di base nella commedia voglio lasciare sempre un messaggio ma che sia un messaggio privato dello spettatore. Uno si fa una una propria considerazione, una propria riflessione senza che sia una cosa chiusa che finisca li.

Viviroma: In questa commedia sembra che ci sia un fratello molto cattivo. Invece alla fine si scopre che il personaggio ha subito in silenzio le accuse per proteggerlo. Infatti le cose erano andate male per colpa dell’altro. In ogni caso abbiamo un grosso ribaltamento dei fatti.
D. De Santis: Sì diciamo che in questo caso si ritrovano molto più legati di quello che pare. Solo che rispolverano il loro cinismo nel momento in cui arriva la terza sorella e dice: “ vabbè ma anch'io diritto di stare in questa casa”. Così ritornano al loro modo di fare che li porta nei soliti guai..…, sì alla fine della commedia quando tutto sembra andare in una direzione poi mi sono ritrovato addirittura in difficoltà.
Ho dovuto lavorare il personaggio della sorella perché forse è quello un pochino meno comico rispetto agli altri e quindi non riuscivo a far ridere. Poi quando mi sono reso conto che in realtà Cleopatra ha proprio un altro ruolo all'interno della storia, cioè quello poi di chiudere e di far capire perché alcune cose sono accadute in passato, alla fine mi sono un po' messo l'anima in pace.
Ho lavorato semplicemente cercando di capire proprio l'anima di questa ragazza.
Posso svelarvi che ci sono state più di una discussione anche quasi delle battaglie!
Questa commedia nello specifico ha avuto sette finali perché non riuscivo a trovare una conclusione.
Generalmente quando scrivo l’opera già so la fine, nel senso che ho una meta chiara da raggiungere. Invece questa aveva un tante strade aperte per cui l'ho scritta di getto e poi mi sono ritrovato con molte chiusure possibili. Per esempio pensavo di introdurre la moglie dell’altro fratello che viene nominata….. Lucia Lucia Lucia…. però poi non mi soddisfaceva più di tanto.
Ho anche pensato alla madre che aveva simulato la sua morte per far ricongiungere i figli,  come estrema scelta.
Viviroma: Questa possibilità di finali diversi può portare però a modernizzare il teatro? Dare qualcosa in più allo spettatore coinvolgendolo in una interazione impossibile con altri media.
D. De Santis: Certo potrebbe essere magari un'evoluzione, uno sviluppo nelle prossime commedie. Vengono presentati tre finali e si chiede al pubblico: voi quale scegliete? E poi si rappresenta il finale che viene scelto.
Viviroma: hai intezione di cimentarti in qualcosa di più moderno e di sperimentale?
D. De Santis: E’ un’idea che mi affascina ma diciamo che uno tende sempre ad affezionarsi a quello che ha funzionato fino alla volta precedente. Insomma c'è sempre quella voglia di nuovo e di trovare un linguaggio al passo coi tempi.
Come dicevamo la soglia di attenzione del pubblico è diventata bassissima per colpa del digitale. Per cui c'è sempre questa ansia, questa angoscia a volte eccessiva di voler essere interessanti in qualsiasi momento sia di ritmo che di situazione.
Perché se c'è un momento in cui magari uno spiega una cosa nella maniera un pochino più strutturata e allora li perdi. E poi quando perdi il pubblico l'hai perso.
Noi purtroppo facciamo finta di non vedere, ma vediamo quello che abbiamo davanti.
Dopo 5 minuti quella soglia di attenzione inizia a calare. Quindi la commedia diventa un qualcosa sempre tirato e non ti puoi permettere nessun tipo di buco.
Una evoluzione potrebbe essere un qualcosa che può portare a una sorta di interazione. Che non diventi pericolosa o magari ti ritrovi con una sorta di boomerang per cui non riesci più a ritornare al filo del narrato.
Interessante è la rappresentazione del giallo. Qui il pubblico può diventare parte attiva attraverso le domande per capire il colpevole.
Io mi sento sempre molto tradizionalista cioè amante proprio del teatro classico. Mi piace così quando vado io a teatro.
Viviroma: che ne pensi del teatro immersivo?
D. De Santis: Ne parlavamo proprio l'altro giorno con Roberta (Mastromichele ndr) a proposito di “Spoglia-toy” di Luciano Melchionna, col pubblico che è proprio attaccato a te ed è un progetto molto interessante. Notavo che per il comico non esiste ancora nulla.
Viviroma: cosa hai nel cassetto per il futuro?
D. De Santis: non lo so, aspetto che arrivi qualcosa che mi prende. In realtà qualcosa già sto scrivendo ma adesso non lo diciamo.
Una delle cose che sempre mi ha interessato fare qualcosa con lo sport in generale.
Avevo abbozzato una commedia che poi è rimasta sempre sospesa. Inserire lo sport come come ambientazione di una situazione particolare.
Come fu forte l'ambientazione di “Sali o scendo” che è stata la commedia che ha dato il là a tutte quelle successive, dove è stata più che altro proprio l'ambientazione a rimanere impressa nel pubblico.
Noi siamo conosciuti come quelli del citofono, perché abbiamo fatto questa commedia semplice fatta tutta davanti a un portone dove scorreva la scena senza salti temporali e quella fu la forza. Mi piacerebbe trovare un'ambientazione sportiva come avevo ipotizzato tempo fa in uno spettacolo dal titolo “Playground” ed era tutto davanti a un canestro.
Questi amici si ritrovano dopo anni e stavano lì al canestro della parrocchia e si ritrovano a disputare la partita che non avevano più fatto per colpa degli eventi che li avevano allontanati.

Con noi c’è la protagonista Roberta Mastromichele, ne approfittiamo per chiedergli quali sono le parti preferite e quale teatro più si addice alle tue qualità.
Roberta M.: La mia storia è molto vasta e varia perché ho iniziato tantissimo tempo fa concentrandomi di più sulla danza, continuando anche a fare altre cose come teatro indipendente. Ho una formazione di metodo quindi come attrice drammatica. Poi il fortunato incontro di Danilo De Santis, e lui mi ha iniziata alla commedia. Ed è una cosa che mi ha sempre affascinato. Delle volte ho l’impressione di sentire vicino le parti che più si addicono a me perché vicine al mio carattere, con le mie piccole fobie e i miei tic, altre di voler fare tutt’altro.
Infatti quando mi sono state proposte cose diversissime, e a me opposte, mi sono molto divertita perché hai a che fare con la cosa piu bella di fare l’attrice, cioè essere altro rispetto a te stessa.


Quando Danilo propose a Roberta di fare “Sali o scendo” fu citata Marherita Buy come riferimento.
Ecco noi le auguriamo una carriera altrettanto fortunata.

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