TEATRO - Abbiamo visto: GEMINGA al Teatro Antigone

Sabato, 25 Maggio 2019

Abbiamo visto ieri sera la prima di GEMINGA: la tristallegra storia dell'elefante che provò a scappare dalla casa dei matti al Teatro Antigone, interessante creatura della compagnia Donkey flies when fly lies.

Ilaria Weiss, attrice e regista, e Fabio Manniti sono una bella coppia artistica: riempiono il palco alternando momenti di poesia, di ballo, di canto, di empatia e di ironia, affrontando temi spinosi con leggerezza, raccontando l'ordinarietà della follia e la follia della normalità.

Assolutamente da vedere questo spettacolo perché  parla di matti non come altro da noi da compatire, ma come una parte di noi da riconoscere

Sinossi

La storia racconta la giornata tipo di due persone affette da schizofrenia e disturbo borderline di personalità che condividono la stessa camera di una clinica psichiatrica con un solo letto, una sola sedia, un solo comodino e una sola porzione di pasto; ha inizio quando lei scopre che il suo coinquilino ha tentato di suicidarsi e, da quel momento, scandiscono il tempo che trascorrono lì dentro inventando giochi con i quali descrivono la loro visione della realtà scontrando le loro opinioni su di essa: lui, molto più cinico, vede l'origine dell'Universo nel Big Bang e nelle particelle elementari, lei, assai più fatua, nei cinesi che “hanno fatto le città, il cielo e tutti i meglio mortacci loro”.

Una storia d'amore tormentata tra due anime che, come vuole l'entanglement quantistico, una volta toccatesi saranno sempre connesse l'una all'altra, non importa quanto distanti saranno tra loro.

Note di regia

Il malato psichiatrico fa parte di quel piccolo ritaglio di umanità che vive al di fuori dei bordi canonici del conformismo, da dove riesce a vedere da lontano, con estrema lucidità, la miseria Umana dell'Individuo. Ed è forse proprio questo che ci spinge ad isolarli.
I protagonisti di Geminga ci raccontano due facce di un diverso mondo interiore che non appartiene soltanto a loro ma che tocca tutti uno a uno.

Da una parte c'è l'estremo razionalismo quasi privo di sentimento, dall'altra l'impulso emotivo e la meraviglia clownesca di fronte alla vita ma in entrambi la necessità dell'altro per paura dell'abbandono. Il dramma del personaggio altro non vuol essere che un'iperbole della condizione di ciascuno, ma non tanto mostrandone l'aspetto psichiatrico, quanto soffermandosi su quello umano. Ed è questo che ci spinge ad affezionarci alle loro storie infelici, del tentato suicidio di lui e dell'ossessiva ricerca di un amore nocivo per lei, tralasciando il giudizio severo di chi nella vita non si è mai sentito perduto, abbracciando invece la natura umana con umorismo e tenerezza.

 

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