Viviroma.it spettacoli a Roma - TEATRO - Abbiamo visto: IL GABBIANO con Massimo Ranieri al Teatro Quirino

Mercoledì, 27 Marzo 2019

Il Gabbiano (a ma mere) di Chechov

Il gabbiano è uno dei testi teatrali più noti del drammaturgo russo Anton Pavlovič Čechov ed è uno dei più rappresentati in assoluto.

Il dramma è del 1895 ed è stato rappresentato per la prima volta al Teatro Aleksandrinskij di Pietroburgo l'anno successivo, registrando un clamoroso insuccesso.

La versione proposta dal regista Giancarlo Sepe, in scena in questi giorni al Teatro Quirino, parte proprio da quell’insuccesso iniziale che provoca in Čechov un dispiacere enorme ed incomprensibile che lo scrittore proverà a superare grazie all’aiuto di Marcel, figura introdotta da Sepe. Marcel è un critico musicale ed uno chansonnier che viene assoldato dallo stesso Cechov per comprendere a fondo le ragioni dell’insuccesso teatrale della sua opera.

Ed è in quest’ottica che questa originale versione de “Il Gabbiano” [Il gabbiano (à ma mère)] va in scena sotto l’attenta regia di Sepe, in una scenografia (di Uberto Bertacca) dominata da una poltrona rossa ed un pianoforte nero col quale un intramontabile Massimo Ranieri interloquisce musicalmente e con altri cinque ottimi attori tra i quali spicca una Caterina Vertova in splendida forma.

L’avvio vede proprio Massimo Ranieri, il narratore, che chiama in scena i singoli personaggi tra cui sé stesso, il giovane Kostya, delineandone un’analisi sottile, mediante parole che riacquistano armonia e con frasi di canzoni che sanno appassionare ed incantare i sensi e che toccheranno immaginariamente il cuore di Čechov facendolo “innamorare”, nuovamente, della sua opera.

La scena si svolge in una tenuta estiva dove i protagonisti sono riuniti per assistere ad un dramma scritto e diretto da Kostya, un giovane aspirante autore che tenta di sperimentare nuove forme teatrali. Il luogo scelto per la rappresentazione è il piccolo teatro vicino il lago della tenuta estiva.

Kostya e Nina, una giovinetta che sogna una carriera da attrice e di cui Kostya è profondamente innamorato senza però essere ricambiato, iniziano la recita, ma la madre attrice di Kostya, Irina Arkadina

(legata alle forme teatrali tradizionali) ride del dramma, trovandolo ridicolo e incomprensibile.

Kostya interrompe lo spettacolo, schiacciato dal giudizio della madre attrice e del suo amante Trigorin, scrittore di consolidato successo. Nel frattempo fra Trigorin e Nina nasce una tenera amicizia e forse qualcosa di più. Kostya, sempre più deluso dall’insuccesso della sua opera e devastato dall’amore non corrisposto di Nina spara, senza motivo, ad un gabbiano e lo regala a Nina che, rimanendo confusa e inorridita dal dono, fugge via come un gabbiano in cerca di libertà.

L’opera si orienta così verso un lucido dramma che affronta questioni ancora oggi attuali: le aspirazioni dei più giovani soffocate da coloro che si tengono ben strette le posizioni di potere e privilegio, il rapporto madre-figlio segnato da attrazione e repulsione, tentativi di avvicinamento e fratture insanabili e le triangolazioni amorose con la giovane Mascia che è attratta da Kostya, Kostya che ama Nina, Nina che è affascinata da Trigorin, Trigorin che cede ai sentimenti di Nina ma rimane comunque legato al carattere forte di Arkadina.

I protagonisti sono tutti ancorati alla propria condizione che si rifiutano di modificare: Irina Arcadina è l’elegante e sensuale Caterina Vertova (un piacere vederla recitare) ed è l’amante di Trigòrin (interpretato da un ottimo Pino Tufillaro); Mascia è interpretata da Martina Grilli che esprime il tormento interiore di tutti i protagonisti e di cui se ne fa portavoce quando, completamente vestita di nero, confida in scena: “porto il lutto per la mia vita”; Federica Stefanelli è una splendida Nina, che tenta di inseguire il sogno dell’affermazione artistica e che lo vedrà fallire come il gabbiano inerte, ucciso da Kostja (interpretato da Francesco Jacopo Provenzano) che, da sognatore, insegue quella libertà artistica, soffocata dai potential di turno.

Le due ore dello spettacolo, purtroppo, trascorrono veloci; tuttavia, le angosce, i turbamenti e le sconfitte dei protagonisti portano lo spettatore a riflettere anche terminata la rappresentazione che riassume i dolori e le complessità dell’uomo moderno.

Infine, l’opera messa in scena da Sepe contiene una chicca: al dramma, infatti, si accompagnano splendide canzoni francesi del secondo dopoguerra come Avec le temps (Leo Ferrè), La Foule (Édith Piaf), La chanson des vieux amants (Jacques Brel), Je suis malade (Gilbert Bécaud), Hier encore (Charles Aznavour) interpretate magistralmente da Massimo Ranieri.

Claudio Padellini 

 

 

 

 

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