Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto CRONACHE DALLA SHOAH al Piccolo Eliseo

Venerdì, 01 Febbraio 2019

"CRONACHE DALLA SHOAH. FILASTROCCHE DELLA NERA LUCE"

  Uno spettacolo bellissimo, che colpisce e coinvolge profondamente sin dal primo bagliore di luce che lentamente sale con le note stridenti della tromba di Fabrizio  Bosso e tiene gli occhi e le orecchie incollate sul palco sino all’ultima parola, all’ultimo suono, all’ultimo silenzio, quello andato in scena in prima nazionale al Piccolo Eliseo di Roma, il 29 gennaio nell’ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria.

   “Cronache dalla Shoah. Filastrocche della nera luce”, tratto dall’omonimo testo di Giuseppe Manfridi, uscito contestualmente per le edizioni La Mongolfiera nella collana Teatro/Memoria, corredato da 30 bellissime Tavole o Sipari di Manuel de Teffé; in scena uno splendido Manuele Morgese, per la bella regia di Silvio Galassi, e le splendide musiche eseguite dal vivo da due grandi del jazz internazionale, Fabrizio Bosso alla tromba e Julian Oliver Mazzariello al pianoforte.

    E’ con questa produzione che la Compagnia TeatroZeta dell’Aquila fondata e diretta dallo stesso Morgese festeggia il proprio ventennale in coproduzione con il Teatro Nazionale della Toscana e il sostegno del MIUR; e proprio con una delegazione del MIUR lo spettacolo ha debuttato in anteprima europea ad Auschwitz il 20 gennaio scorso coinvolgendo centinaia di studenti italiani in visita al Lager polacco.

    Molte cose colpiscono di questo spettacolo, anzi, direi, tutto colpisce. A partire dal testo di Manfridi. Innanzitutto l’ossimoro del titolo che già fa presagire qualcosa di orrorifico: “Filastrocche della nera luce”. La filastrocca evoca leggerezza, una versificazione che non si fa mai vero verso poetico, un racconto che si snoda attraverso un linguaggio apparentemente semplice. Della nera luce: l’Olocausto raccontato come una filastrocca per bambini. Parrebbe una assurdità, eppure la potenza delle immagini che evoca, paradossalmente restituisce l’orrore di questo tragico patrimonio dell’umanità ancor più stridentemente che attraverso qualunque altro linguaggio, lasciandoci col fiato in gola, in un silenzio quasi mistico.

   Mi racconta a fine spettacolo l’autore che dopo aver letto tutto ciò che c’era da leggere, visto tutto ciò che c’era da vedere, ascoltato tutto ciò che c’era da ascoltare, aveva deciso di non scrivere nulla. Ed è ripartito da un altro punto di vista: ha iniziato a riascoltare la musica yddish, rileggere i racconti di tradizione ebraica, rivedere le opere di Marc Chagall. La gioia, la leggerezza, l’acutezza e l’ironia tipiche della cultura ebraica, gli hanno dato questa inusuale chiave di approccio ad un racconto tanto doloroso quanto necessario. Necessario per non dimenticare, rendendo presente un orrore del passato, dal quale il presente, non è affatto immune.

    La nera luce non poteva essere “detta” che attraverso queste microstorie basate su piccoli particolari, dettagli che risuonano l’uno con l’altro fino a diventare echi poetici, canti singoli che si fondono infine in un’unica storia, un’unica opera.

   Non deve essere stato facile per Livio Galassi mettere in scena questo testo, a partire dalla scelta delle storie, della scenografia e dell’impostazione interpretativa. Ma in verità, riesce a restituirne intatta la forza, e anzi ad amplificarla in un susseguirsi di immagini mai compiacenti o scontate, ma che solo “suggeriscono” scenari, emozioni del narrante, in un monologo fatto di più voci, di personaggi che si susseguono, testimoni o narratori di “cronache della Shoa”. In una scenografia essenziale ma efficace fatta di 4 pannelli grigi che si spostano su due binari, che di volta in volta aprono la vista a “luoghi” e storie diversi, si snoda questo monologo che diventa, attraverso il corpo e la voce del bravissimo Manuele Morgese che adotta una recitazione semplice, scarna e asciutta, delicata ma vibrante, quasi un canto poetico a cui la musica di Bosso e Mazzariello non fa mai da commento ma da altra, altre, voci dialoganti, mai melodia, ma sempre sostanziale racconto anch’essa, fino a costruire un continuum narrativo e poetico di musica, parole, corpo, immagini sceniche semplici ma efficaci, luci.    

   Bellissima l’immagine di un “Cristo” che trascina una trave a mò di croce sul Golgota; o l’altalena di legno e corda che Morgese spinge lentamente durante il racconto de “La gallina”, in cui dà voce ad una bambina; o il filmato proiettato sul suo corpo ne “Il film” che racconta di un operatore cinematografico incaricato dalle SS di filmare scene quotidiane nel ghetto di Varsavia a fini propagandistici prima della deportazione nei lager. O ancora sul finale, ne "La Cosa" semplicemente l'interprete esegue la scritta sul muro mentre il brano scorre registrato: "Se Dio esiste deve chiedermi perdono".

    E’ difficile dire quale immagine sia la più bella, perchè tutto lo spettacolo è Bello. Di una Bellezza semplicemente spiazzante, come la Verità. E’ la stessa Bellezza che si percepisce quando si va ad Auschwitz: chi c’è stato lo sa. Gli echi di quell’umanità raccontano di una Bellezza che tragicamente rimane intatta nell’orrore della visione. Le teche piene di scarpe, o valige, o protesi, o occhiali, o capelli...le celle, la botola, il muro delle fucilazioni, l’angolo delle impiccagioni...i binari...i forni...sono come queste filastrocche, o meglio queste “Filastrocche delle nera luce” e lo spettacolo che Murgese e Galassi portano in scena si sovrappongono perfettamente a quegli scenari. Lo definirei uno spettacolo “in punta di piedi” per la profonda delicatezza ed il rispetto con cui si snoda. In punta di piedi come in punta di piedi e quasi in silenzio si attraversa Auschwitz.

   Portare questo spettacolo lì deve essere stata un’esperienza incredibile, indimenticabile: ad un certo punto dello spettacolo Murgese depone un sasso sul palco. Solo agli applausi ne scopriamo il senso: è un sasso che ha preso proprio lì, ad Auschwitz. Da non perdere, quando sarà sulle diverse piazze d’Italia, non per commemorare una storia passata, ma per, attraverso la partecipazione ad un atto artistico, fare memoria qui ed ora e non dimenticare che l’odio razziale e sociale non è mai fuori dalla nostra porta. Ma è proprio qui, in casa nostra.

 “ ‘Già nei fatti, mi diceva,/è perversione./ Nelle cose, mi diceva,/è perversione./Già nei fatti, e nelle cose.’/Oh, ascoltate questa storia!/Ascoltatela a dovere!/E’ una storia che ci dice, che ripete:/sta il pugno del male nel palmo del bene.”

 

Patrizia Bernardini per Viviroma.

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