Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto: AMINTA di Antonio Latella al Teatro India

Mercoledì, 23 Gennaio 2019

Un’importante rappresentazione teatrale che ci accompagna nella lettura e nella comprensione di un’opera classica di attualità ancora oggi, delizia poetica e favola pastorale tutta d’ascoltare.

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Un’evasione dalla realtà, sospesi nell’esaltazione di un mondo mitico dove regna Amore.

Sicuramente lo consiglio a chi ha una cultura letteraria perché qui l’Aminta del Tasso è stata egregiamente interpretata e raccomando questo spettacolo assolutamente a tutti.

I versi del Tasso sono estrapolati dal loro contesto cinquecentesco, dall’esaltazione di un amore puro e dolce e la loro potenza poetica viene utilizzata per accentuarne alcuni aspetti, quelli forse più espressivi del mondo contemporaneo: l'amore come forza travolgente, inganno, fisicità, che può trasformarsi in passione incontrollata fino alla violenza e in ciò s'intende sottolinearne l’assenza.

Onore a questa compagnia (interpretazione di Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna) e al regista Antonio Latella, che hanno il coraggio di riportare alla memoria un’opera così rappresentativa della nostra cultura italiana.

Evviva l’Aminta, simbolo caro della nostra tradizione che abbiamo l’onore e l’onere di preservare e ricordare.

L’Aminta viene catapultata nel mondo contemporaneo dall’essenzialità della scenografia e grazie alla presenza di pochi elementi scenici.

Una scenografia minimalista -spoglia dell’architettura bucolica- che ha comunque il potere di trasportare lo spettatore fuori dal tempo e che proprio grazie alla sua semplicità fa in modo che tutta l’attenzione di chi ascolta si concentri sui versi e su quello che vogliono esprimere.

Le azioni essenziali che descrivono la storia vengono narrate dai vari personaggi.

Fiumi di parole, versi stupendi interpretati con un ritmo incalzante e appassionato quanto il loro significato, accompagnati e scanditi dal gioco di luci.

Una sperimentazione riuscita che riprende la tradizione, l'attualizza servendosi di alcuni elementi simbolici, fondendoli con quelle tematiche care anche alla nostra epoca re-interprentandole: l’amore di cui tutti noi siamo alla ricerca, quello puro e spontaneo senza inganno, non esiste.

L’esaltazione di un amore libero di esprimersi in modo naturale, capace di essere dirompente e passionale, un amore dalle molteplici sfaccettature e la cui potenza è capace di sfociare fino alla violenza.

S’ei piace ei lice”. Protagonisti assoluti di quest’opera teatrale sono i versi del Tasso e quindi la parola in una delle sue più alte espressioni poetiche.

Al centro ci sono gli attori con poche azioni simboliche, movimenti volutamente lenti in uno scenario scuro, in perfetta sintonia con la narrazione, dietro cui scompare il disegno del regista. La lentezza dei movimenti è in contrapposizione con la velocità del linguaggio. Questo contrasto si rivela una tecnica per tenere viva l’attenzione dello spettatore. 

Musiche e suoni scandiscono le scene e la narrazione fondendosi con essa mirabilmente.

L’alternanza delle luci e la semplice eleganza dei costumi completano lo scenario.

Per chi desidera approfondimenti si veda anche:

L’Opera                 

Chi è Aminta e cosa rappresenta? E che possiamo dire della protagonista Silvia, nome noto a tutti noi grazie al grande Leopardi?

Beh! Cominciamo col dire che il Leopardi s’ispirò alla protagonista femminile di quest’opera per riprendere il nome della sua amata Silvia.

Dramma pastorale per eccellenza, che s’impose subito come modello in Europa, la rappresentazione teatrale dell’Aminta riporta all’attenzione la figura e le opere di Torquato Tasso, poeta molto amato durante il romanticismo per il suo animo inquieto e malinconico. 

L’Aminta è una “favola boscareccia” scritta nel 1573 che ebbe subito un notevole successo.

In essa l’immagine poetica tradizionale bucolica e pastorale si rispecchia nella vita di corte dell’epoca, elegante, luminosa e apparente. Una società che è anche fonte di limiti e prescrizioni. La natura e la spontaneità si contrappongono alla rigidità delle regole, agli artifici, ai sotterfugi e ai soprusi del potere. Da ciò la nostalgia per un’età dell’oro dominata dall’Amore puro e innocente.

Allo stesso tempo se la vita semplice a contatto con la natura rappresenta un’evasione dal mondo cortigiano estense, in essa il poeta ha idealizzato alcuni aspetti frivoli propri della vita di corte stessa.

La Trama

La bella ninfa Silvia preferisce dedicarsi alla caccia piuttosto che donarsi all’amore innocente del timido pastore Aminta. Egli, consigliato da Tirsi si reca alla fonte dove ella è solita fare il bagno e la trova catturata da un satiro che vuole usarle violenza e l’ha legata nuda ad un albero. Aminta la libera ed ella fugge senza neppure ringraziarlo. La pastorella Nerina racconta di alcuni segnali che fanno credere che Dafne sia stata sbranata dai lupi. Ciò spinge l’innamorato a gettarsi da una rupe. Silvia che invece è viva e che apprende il gesto dell’amato si strugge di dolore per la morte di Aminta e quindi capisce che lo ama. Anche Aminta è sopravvissuto perché la sua caduta è stata attutita da un cespuglio e quindi l’amore trionfa e i due giovani si ritrovano felicemente insieme.

La vicenda tramuta un’apparente tragedia, rappresentata dal pensiero della morte dei protagonisti e la trasforma in un lieto fine: Aminta e Silvia finiranno per comprendere e coronare il loro amore pieno di dolcezza e sensualità.  

Torquato Tasso, visse nella seconda metà del Cinquecento. Egli rappresentò un vero e proprio mito nell’ambiente intellettuale fin dalla sua epoca.  Anche successivamente molti letterati vedevano in lui, identificandosi, il poeta incompreso dal mondo la cui infelicità era accentuata dalle costrizioni e dagli obblighi che la società stessa imponeva.

La sua biografia venne vista da poeti come Leopardi e Goethe come “immagine esemplare del conflitto tra il genio e i limiti imposti dalla realtà”.

Il Tasso nacque a Sorrento e viaggiò molto anche a causa del lavoro paterno e della prematura morte della madre, da cui fu molto segnato. Visse alla corte Estense in pieno periodo di controriforma. Dalla corte fu rinchiuso e poi esiliato. La vita culturale ferrarese fu influenzata dalle difficoltà politiche e dinastiche che videro alla morte del duca Alfonso II D’Este, il passaggio del territorio allo Stato Pontificio.

Tasso non si sottrasse ai suoi doveri e riconobbe l’autorità. Aspirò sempre al successo e al riconoscimento della corte, da cui desiderò essere accolto ed essere gratificato. Purtroppo egli non trovò mai pieno appagamento alle sue aspirazioni o identificazione in quell’ambiente, che pur rispecchiò e rappresentò egregiamente nelle sue opere. Da ciò la sua insoddisfazione e il suo profondo malessere  psichico, il desiderio di una libertà impossibile in opposizione al potere.

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Autore

cileno

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