Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto Bianca come i finocchi in insalata al Fringe Festival

Giovedì, 17 Gennaio 2019

Visto al Fringe Festival di Roma, sul Palco B de La Pelanda, “Bianca come i finocchi in insalata”, uno spettacolo che è arrivato in semifinale o in finale in più di un Festival di teatro, selezionato dallo Stabile di Torino nell’edizione scorsa del Fringe di Torino, e per la rassegna “In Scena” in un Festival newrkese di teatro italiano.

Bianca

Prodotto dalla Compagnia del Calzino operante già da anni in Emilia Romagna. Una Compagnia che riunisce artisti provenienti da Scuole di Teatro di tutto rispetto, come quella di Galante Garrone e dello Stabile di Genova. E ciò si sente. L’interprete del monologo, Andrea Ramosi, sfodera tutta la sua bravura, presenza scenica e voce diaframmatica con maestria. Il suo bel timbro invade la platea e la cattura. E tanto sta bene nei panni di Bianca, una non più giovanissima insegnante di scuola elementare, che il colpo di scena finale, è, per chi non avesse letto nulla circa lo spettacolo e nulla sapesse di chi va a vedere in scena, come me ieri sera, una vera sorpresa. Si rimane fino alla fine incerti sull’identità sessuale del personaggio. E forse il titolo, ironicamente, gioca su questa “doppia identità” del protagonista di questo monologo “dialogante” scritto e diretto da Silvia Marchetti.

In generale una buona drammaturgia, senza dubbio, ma che, come si dichiara nella sinossi, “strizza apertamente l’occhio” ad autori come “Cocteau, Ruccello, Athayde, Bennet”. E la strizzata d’occhio è palese. Ma fin qui nulla di male.

Ciò che colpisce soprattutto è che tutta la struttura del monologo è evidentemente, smaccatamente sulla falsariga di Anna Cappelli di Annibale Ruccello, e tanto lo è che a tratti ho avuto attimi di smarrimento: ma questa è Bianca o è Anna?

Come Anna, infatti, Bianca ha una storia d’amore nata sul posto di lavoro che le regala nuove emozioni e la speranza forse di una nuova vita; non è però un ragioniere, perchè Bianca non è un’impiegata ma un’insegnante, dunque il suo fidanzato è il Direttore della Scuola dove insegna, ma si chiama Tonino, proprio come il fidanzato della Anna di Ruccello. Ovviamente, credo, che non sia un caso, ma una scelta precisa dell’autrice.
Bianca, come Anna, vive in una camera ammobiliata in casa di una signora piena di fisime, e soffre come lei la convivenza forzata dall’impossibilità di permettersi una casa propria, e allo stesso modo con la padrona discute di odori di cucina e dei suoi casi personali.

Come in Anna Cappelli, anche qui l’interprete più che monologare dialoga con i personaggi della sua vita: la padrona di casa, appunto, il fidanzato Tonino, i genitori di lui, parla al telefono, con gli alunni della sua classe, che fatalmente, per scelta registica, rompendo la quarta parete, altri non sono che gli spettatori, che interrogati sono chiamati a rispondere. E ci si chiede, se noi siamo reali, allora gli altri soggetti con cui “dialoga” sono sue fantasie? O forse non siamo reali nemmeno noi? Insomma non c’è un vero motivo stilistico che giustifichi il coinvolgimento diretto del pubblico.

Come Anna, Bianca vive una condizione di sostanziale solitudine, una solitudine interiore, che scaturisce, sembra, dallo scollamento tra la sua realtà quotidiana e i suoi desideri; tra il mondo esterno, le persone che popolano la sua vita, e la percezione che lei ne ha.

Come Anna, Bianca ha una nota morbosa nella sua personalità: è totalmente presa dai suoi fantasmi, e da una crescente insofferenza verso ciò che i suoi interlocutori fanno e dicono, dai suoi rimuginamenti interiori, che però non capiamo bene quali siano, e forse non li comprende nemmeno la protagonista. Forse hanno a che fare con la sua omossessualita? Il fatto è che questo aspetto non viene indagato. Unico segnale di un malessere crescente è un persistente ma generico “mal di stomaco” che si fa sempre più frequente e intenso. Ma è a causa di questo “mal di vivere” che probabilmente si comporta con intemperanza, che ha reazioni aggressive nei confronti dei suoi interlocutori, ai quali puntualmente chiede scusa. Comportamento agito anche nei confronti dei suoi alunni, che causerà il suo allontanamento dalla scuola, e la rottura con Tonino.

E ancora, come Anna, Bianca mal sopporta le incursioni degli altri nel suo desiderio di una relazione esclusiva con Tonino, ma tenta di adeguarsi, e anela alla convivenza con lui che, ovviamente, le viene negata, e come Anna viene lasciata. Per una donna probabilmente. “Te la sei scopata vero?” Sola di nuovo.

La risoluzione finale della drammaturgia non è estrema, come in quella di Ruccello, ma porta comunque ad un cambiamento drastico nella psicologia del personaggio almeno dal punto di vista della risoluzione scenica: Bianca si spoglia degli abiti femminili, via le rosse scarpe col tacco (che curiosamente ad inizio spettacolo sono lì in bella vista in proscenio insieme agli altri oggetti, forse simbolo anch’esse degli elementi che scandiscono la sua quotidianità), via la gonna, la camicetta, la parrucca; rimane lì accasciata o accasciato, perchè a quel punto si rende evidente che è un uomo, sulla sedia. Forse finalmente senza maschera. Nuda/o e cruda/o come i finocchi in insalata. Forse, da tale nudità può ripartire. O forse no.
Il punto è che non ci sono elementi sufficienti nella drammaturgia da far pensare che il travestirsi sia percepito da Bianca come una maschera, come un nascondere la sua omosessualità o identità.

Quindi a differenza che nel dramma di Ruccello, dove la fine è diretta conseguenza di un amore talmente possessivo che porta la protagonista ad uccidere e divorare il fidanzato che la vuole lasciare, per non separarsene mai, e dove tutta la drammaturgia snoda tale malato senso del possesso portandolo all’estremo parossismo del cannibalismo, qui, il motivo per cui Bianca si spoglia degli abiti che la rendono donna, non è chiaro. Non c’è una costruzione progressiva che ci faccia capire quale sia davvero il nocciolo della sua ossessione, se ossessione c’è. Perchè il protagonista è un uomo vestito da donna? E’ essenziale questo per la narrazione di questa storia? Oggettivamente non pare essenziale. Per cui la svestizione finale cade un pò così, come un fagiolo crudo caduto nell’insalata di cui sopra. A meno che non si prenda tale evento come il normale ed ovvio epilogo di ogni persona di qualunque genere e sesso alla fine della giornata, una giornataccia in verità: si torna a casa e ci si spoglia. Eppure è evidente che quello spogliarsi veicola qualcosa di più profondo che è accaduto nella psiche del personaggio e bella è comunque l’immagine finale di questo uomo solo e mezzo nudo, con un dolore muto negli occhi. Ma non avendo una struttura drammaturgica a sostenerla, più che essenziale alla narrazione, rimane puramente estetica.

La scena è minimale ma funzionale, un tavolo che diviene ora scrivania, ora lavagna, ora tavola da pranzo, due sedie e pochi oggetti messi in proscenio, usati al bisogno, per sottolineare il cambio di luogo e tempo: un telefono, gessetti e cancelletto, un piatto, dei dolci che offre al pubblico/classe, un registro, una tazza con teiera.

La regia, è pulita, lineare e ben organizza lo spazio scenico. Ma non ha guizzi particolari, nè nella partitura attoriale e dei movimenti nè nei cambi scena, ma tutto sommato funziona. L’attore è bravo, ci porta con sè nei suoi sbalzi umorali, nelle sue reazioni intemperanti, vediamo la sua rabbia, la sua ironia, la sua solitudine, la muta richiesta di aiuto.

Insomma molte cose funzionano. E finora è uno tra i migliori spettacoli visti al Fringe. Ma, viene da chiedersi: perchè riscrivere “mutando le mutande” un testo che è un’icona della drammaturgia contemporanea? Se la rielaborazione fosse un superamento del testo originale forse avrebbe un senso, ma qui non riesco a trovarlo.

Patrizia Bernardini per Viviroma

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