Abbiamo visto: DON GIOVANNI di Molière regia Valerio Binasco al Teatro Argentina

Giovedì, 17 Gennaio 2019

Don Giovanni

“Un uomo senza nome…Un uomo e una donna”

Queste le parole con cui Don Giovanni risponde alle domande del re sopraggiunto con i servi alle grida di aiuto di Donna Isabella nel “Burlador de Sevilla y Convidado de piedra” di Tirso de Molina; queste le parole proiettate al buio, a sipario chiuso,  con cui si apre lo spettacolo del “Don Giovanni” di Molière per la regia di Valerio Binasco, in scena al Teatro Argentina fino al 20 Gennaio. La citazione  indica non solo la contiguità tra l’opera di Molière e la commedia di Tirso, ma condensa l’essenza stessa del personaggio, l’erotismo come suprema forma di autoaffermazione e ricerca di libertà. Dinnanzi al fatto naturale  di due persone che si uniscono, tutto scompare, non esiste nulla, la morale, l’onore, i titoli, le contee, i ducati…”Un uomo e una donna”. 

Ma “Tout le plaisir de l’amour est dans le changement” e don Giovanni, eroe dell’incostanza, è votato allo scacco nella perenne e ossessiva ricerca del piacere: la delusione, che fatalmente subentra alla conquista, gli fa avvertire il traguardo raggiunto come un limite e lo spinge nuovamente in avanti in una sorta di freudiana coazione a ripetere. E’ varietà la vita, ma ha un senso se è ritmata sulla ripetizione.  E l’istinto compulsivo si carica di valenze sociali eversive,  si traduce in polemica contro la morale, la virtù, l’onore, la religione, fino a fare dell’empietà una dottrina e a porre la falsa devozione al servizio del libertinaggio. Don Giovanni diventa Tartuffe ed esalta l’ipocrisia come mezzo eccellente, infallibile, per raggiungere lo scopo. E il don Giovanni di Molière acquista tratti sinistri e tragici che lo allontanano dai tanti don Giovanni del mondo della commedia dell’Arte, ma anche dal suo diretto predecessore spagnolo del Burlador de Sevilla, più  beffatore che seduttore, e soprattutto gli precludono la pienezza e felicità di vivere, quella gioia travolgente che si traduceva nel gusto del travestimento, in compiacenza tecnica e voluttà della maschera che da strumento di conquista diventava quasi più divertente della conquista stessa. Il Don Giovanni di Molière ha una coscienza di sé ed espone la propria paradossale filosofia, protesta dell’istinto contro l’interdizione proclamata dalle leggi, e addirittura contro Dio. Presupposto del dongiovannismo è l’ateismo e non è un caso che il mito di don Giovanni sia nato nel Seicento, come reazione al culto della morte,  al sentimento del nulla e della vanità tipicamente barocco, al rigorismo morale di matrice controriformistica e post tridentina. Come Machiavelli aveva separato la sfera politica da quella morale, anche il senso, reso autonomo dall’amore, si stacca dalla morale. E Machiavelli, anche questo non è un caso, compare come personaggio nella prima versione teatrale del don Giovanni di cui si ha notizia, “L’ Ateista fulminato” raccontato in latino dal gesuita Paul Zehentner (Ingolstadt 1615),  in qualità di precettore e corruttore del conte Leonzio, antenato del Nostro. E  questo lontano antenato, spregiatore delle regole umane e del castigo divino, blasfemo, sinistramente grandioso nell’irrefrenabile slancio erotico, protervo nel respingere il vile pentimento, sorta di antieroe diabolicamente amato dal pubblico, cambiando nome e idioma, ha attraversato il tempo e lo spazio,  trovando accoglienza nei più disparati generi teatrali, la tragedia, la Commedia dell’Arte, la commedia regolare e il dramma per musica fino a giungere alla suprema consacrazione nel capolavoro mozartiano. 

Nella messa in scena di Binasco all’Argentina (produzione  Teatro Stabile di Torino), don Giovanni vola basso: atmosfere degradate, realtà sordide, scialbe, estremo pauperismo ambientale e ideologico, secondo una linea inaugurata negli anni Sessanta, improntata a volontà demistificante di  eroi e miti letterari e al grande equivoco estetico del bisogno di attualizzazione dell’opera d’arte. Come dichiara il regista stesso in una nota del programma di sala, nell’urgenza di recuperare il rapporto con il pubblico, i registi devono “..fare l’impossibile  per rendersi comprensibili, per emozionare ogni spettatore, per non farlo sentire “estraneo” rispetto all’opera”.  Ed ecco allora  don Giovanni, interpretato da un convincente Gianluca Gobbi,  anfibi neri e giubbotto da coatto, barba incolta e bicipiti tatuati, sprofondato nel degrado, balordo girovago abbassato di statura eroica e depauperato della titanica tensione alla libertà,  proclamare in maniera graffiante, ma lucidamente scanzonata, quasi dimessa, la propria filosofia esistenziale al suo pavido servitore Sganarello (Sergio Romano), in abiti da clochard prima del travestimento da dottore. Al servo di don Giovanni Molière aveva dato una dimensione scenica degna dei servitori della Commedia dell’Arte italiana: Sganarello appariva infatti sulla scena un numero di volte superiore a quello del protagonista. A lui, pauroso, opportunista, mangione e ubriacone,  era affidata la difesa di Dio e della morale! Sganarello arrivava a discettare con Don Giovanni sui problemi della fede e dell’esistenza umana con un effetto comico irresistibile. La debolezza delle sue argomentazioni faceva rovesciare la commedia tutta da un lato, dalla parte di don Giovanni che trionfava anche dialetticamente nella sua immorale morale, senza che dall’altra parte si levasse una voce valida in difesa della fede vilipesa e della morale sovvertita. In questa versione volutamente dimessa, libertini e censori (Sganarello in primis, ma anche il padre di don Giovanni, rigidissimo nella sua tirata oratoria contro le scelleratezze del figlio; la madre, qui presentata come un’imbelle malata terminale non più in grado di intendere e di volere), prede e predatori, sono tutti ugualmente travolti da una sorta di squallore e di degrado cosmico, in una totale assenza di pietas e tensione ideale, in cui anche la punizione finale, spogliata com’è di ogni connotato tragico,  sembra più una reliquia del passato che non l’apoteosi del personaggio e il compimento della giustizia divina.

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Luana

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