Abbiamo visto: UROBORO al Fringe Festival di Roma

Mercoledì, 16 Gennaio 2019

Visto ieri al Fringe Festival di Roma, il festival che porta in scena il Teatro Indipendente italiano e non solo, “Uroboro”, una produzione di Anomalia Teatro, giovane compagnia torinese.
“Il Kung Fu è di tutti ma non è per tutti”.


Uno spettacolo di teatro fisico, dove fa capolino un approccio quasi clownesco, si ride infatti spesso, al limite tra la performance fisica e l’espressività poetica dei corpi. La parola dunque è ridotta all’essenziale, lasciando il posto all’espressività corporea, e la drammaturgia scaturisce dal rapporto tra i corpi degli attori in scena, nello specifico quello dei due attori- performers, Simona Ceccobelli e Sebastian O’Hea Suarez, anche autori e registi.
E’ il meccanismo di un piccolo orologio svizzero questo spettacolo; aggraziato, poetico, di forte espressività e al contempo preciso, essenziale. Non a caso, come raccontano gli attori, esso nasce tre anni fa da un lavoro basato su improvvisazioni successive, che col tempo hanno palesato che ciò che accadeva durante il lavoro, era la narrazione di un rapporto specificatosi infine come rapporto tra discepolo e maestro.
Molto bravi entrambi in questa partitura di movimenti che diviene una raffinata drammaturgia scenica dove l’assenza della parola nulla toglie nè al senso della storia nè ai sottotesti di essa.
Cosa significa “Uroboro”? Uroboro è un antichissimo simbolo che raffigura un serpente che mordendosi la coda, definisce un cerchio perfetto, metafora della ciclicità eterna della vita, dove tra morte e rinascita non c’è soluzione di continuità, si muore per rinascere, perchè nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto è divenire e trasformazione. Nella psicologia analitica, che tanto caro ha il mondo simbolico, tale simbolo è assunto come archetipo della condizione indistinta dell’uomo che precede lo sviluppo della personalità.
E infatti lo spettacolo ci racconta la storia di una “rinascita”, di un nuovo ciclo di vita, più consapevole, di una persona che ha l’urgenza di abbandonare il proprio stile di vita caotico e stressante per ritrovare il proprio centro, per congiungersi o ricongiungersi al momento perfetto del proprio inizio attraverso il rapporto che si sviluppa tra un allievo, interpretato da Sebastian O’Hea Suarez, che ha dalla sua parte una bella mimica e tempi comici notevoli, ed il suo maestro di Kung Fu, Simona Ceccobelli.
Lo spettacolo si apre infatti con uno degli attori che indossa una maschera di rana, in mezzo ai rumori e gli strombazzamenti del traffico cittadino che, inevitabilmente, finisce schiacciata da un’auto. La necessità del cambiamento si impone drammaticamente.
Perchè il Kung Fu? Perchè esso insegna che solo attraverso la pratica quotidiana e la guida di un maestro si può arrivare alla magica unità di corpo mente e cuore o anima: la crescita, lo sviluppo di una rinascita o di una evoluzione fisica e spirituale è la dura conquista attraverso l’esercizio dapprima del corpo, tutto passa per esso, successivamente si arriva ad
amare la pratica senza giudicarla ed infine si arriva a comprenderne il senso. E lo spettacolo questo infatti ci racconta.
Arriva in una scuola di Kung Fu l’allievo, lungo, allampanato, in cravatta e gilet, e porta lo scompiglio, il caos, non capisce gli insegnamenti del maestro, e ciò è fonte di gag e risate, vuole imparare tutto e subito, ha la presunzione di poter comprendere senza davvero apprendere. E’ impaziente ed intemperante. Compito del maestro sarà quello di portarlo passo dopo passo, con pazienza e amore, un amore che però non risparmia dolore fisico e morale all’allievo, alla graduale comprensione e “apprensione” di questa particolarissima arte marziale, che diviene arte di vita. Per questo “il kung Fu è di tutti ma non è per tutti”: accogliere gli insegnamenti richiede disciplina, umiltà, voglia di stupirsi, di guardare con nuovi occhi e ascoltare con nuove orecchie. Solo così l’allievo diverrà a sua volta maestro. Gradualmente, i due corpi in scena quasi diventano indistinguibili tanta è la loro sincronia. E torniamo all’immagine di Uroboro, il serpente che si morde la coda: il cerchio pur chiudendosi, si riapre, inizia un nuovo ciclo. Non a caso lo spettacolo si apre e si chiude con la stessa immagine: il maestro suona una campana tibetana, la nota si diffonde con armonia e persistenza nello spazio, un suono sacro che chiama a raccolta i discepoli, che invita al silenzio. Anche per questo, forse, le parole sono inutili, superflue quasi. Ne bastano pochissime. Ma il maestro che suona la campana alla fine, altri non è che l’allievo allampanato in cravatta e gilè che ora indossa gli stessi abiti essenziali e simbolici del proprio maestro.
In scena a La Pelanda, all’ex Mattatoio ancora martedì 15 alle 22 e mercoledì 16 alle ore 19 Palco A.
Patrizia Bernardini

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Redazione