Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto: - L’uomo che sognava gli struzzi -. L'arte del tras-loco si rinnova.

Domenica, 06 Gennaio 2019

 

 

L’uomo che sognava gli struzzi

tratto dall’omonimo libro di Bepi Vigna

con Fabrizio Passerotti

regia di Giulia D’Agostini

AR.MA TEATRO

via Ruggero Di Lauria 21

 

 

« Narrare è distrarsi, farsi portare in un altro luogo, tras-locare. Se recitare è entrare in un altro personaggio, narrare è assumere in sé tutti i personaggi» 

Che cosa avviene al narratore nel momento della sua performance? Avviene uno sdoppiamento necessario, su due livelli: il primo riguarda il rapporto narratore-personaggio e il secondo narratore-fruitore. Si parla, non a caso, di tras-locare (andare al di là del luogo), entrare in una dimensione altra con un bagaglio ricco, quello dei personaggi, delle storie, senza uscire da se stessi ma facendo un viaggio attraverso i propri doppi. Allo stesso modo lo sdoppiamento avviene in chi ascolta, perché c’è la necessità di evadere, dunque di distrarsi dal mondo preesistente seguendo con attenzione tutto ciò che si ascolta e entrare poi, in una “sala degli specchi” dove i riflessi sono molteplici, alcuni ingrandiscono, altri rimpiccioliscono, altri ancora deformano i volti che si specchiano, ma sempre in modo da provocare nella mente di chi li guarda, non soltanto pensieri, ma anche potenti emozioni e la volontà di modificare l’andamento delle faccende quotidiane.

Questo è quello che è successo la sera del 5 Gennaio presso il teatro Ar.Ma con “L’uomo che sognava gli struzzi” tratto dall’omonimo libro di Bepi Vigna e interpretato da Fabrizio Passerotti con la regia di Giulia D’Agostini. È la storia di un uomo, Peppino Meloni, che aveva un gradissimo talento: era un sognatore d’eccezione! Parla dei sogni degli uomini ed in particolare di un sogno folle, uno di quei sogni che ognuno di noi ha in fondo al cuore ma che solo pochi hanno l'ardire di provare a realizzare. Peppino è riuscito a creare un allevamento di struzzi nel bel mezzo dell’Ogliastra, in Sardegna, coinvolgendo l’intera famiglia a guardare in faccia e con tenacia ai sogni, poi, materializzatisi!

 

La scenografia è essenziale, composta da due luoghi deputati: una sedia, il racconto dei sogni, e un tavolo, la vita concreta di Peppino. Il performer è sempre in scena, altalenando i propri passi prima verso un luogo poi verso l’altro. Lo fa privo di ogni orpello da recitazione ma utilizzando l’interpretazione di se stesso, ossia di un cuntastorie, con l’utilizzo della sua voce, leggera, distesa, accogliente, come se volesse calmare e invitare il pubblico fin dall’inizio a entrare in un mondo che sì è esistito e che favola non è stata. Lo fa anche offrendo al pubblico i propri occhi, sgranati, affamati di curiosità come quelli di un bambino che chiede soltanto una semplice comunione di emozione per una storia che di banale non ha niente, ma solo di impressionante!

 

Così anche il corpo si offre al pubblico nel gesticolare e allargando molto spesso le braccia, come in una sorta di abbraccio in una  comunione. Lo spettatore si sente a proprio agio, vede ciò che realmente è invisibile e, in certi momenti, si sente estraniato da tutto e da tutti, trovandosi magari di fronte a quegli struzzi che tanto sono stati desiderati da Peppino Meloni oppure di fronte al canneto che il protagonista del racconto ammirava prima di andar a letto, ogni sera, cercando nel silenzio i propri sogni da concretizzare o accettandone, anche, la fine. Sebbene ci sia un ritmo più lento rispetto al carattere del protagonista, l’attore Fabrizio Passerotti con semplicità, rispetto e un pizzico di dolcezza consegna al fruitore un monologo che cattura fin dalla prima battuta lanciando, con astuzia attoriale, la morale ma senza esplicarla palesemente. 

Un sorriso, gli occhi, ora riposati e saziati dalla curiosità, e il buio. 

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