Viviroma.it spettacoli a Roma - Abbiamo visto: 'La Maladie de la mort' di Katie Mitchell al Teatro Argentina

Sabato, 10 Novembre 2018

Abbiamo visto La Maladie de la mort di Marguerite Duras che Katie Mitchell ha portato in scena al Teatro Argentina per due serate consecutive.

Jasmine

In scena due attori Laetitia Dosch Nick Fletcher che recitano in francese e la voce narrante di Jasmine Trinca in italiano, al suo debutto sul palco di un teatro.

Intorno ai due attori si muove una troupe che riprende immagini che vengono trasmesse in diretta su un grande schermo sopra il palco.

Jasmine Trinca è invece confinata in una sorta di cabina da interprete, insonorizzata, all'estrema sinistra del palco.

Inoltre in scena gli attori utilizzano uno smartphone ed un tablet, le cui immagini, di carattere pornografico, vengono ogni tanto esse stesse riprese e proiettate sullo schermo.

Lo schermo infine serve anche da finestra sul mondo esterno; si alternano infatti:

- immagini riprese e trasmesse in diretta,

- immagini registrate ma che vogliono dare una continuità alla diretta, come quelle del mare su cui si affaccia la finestra della camera d'albergo, quelle dell'ascensore che la protagonista utilizza per raggiungere il piano dell'albergo, quelle della porta del cortile di casa della protagonista,

- immagini che ci raccontano il passato della protagonista

Il grande schermo catalizza comunque lo sguardo dello spettatore, che è portato a seguire lì la storia nella sua completezza o leggere i sottotitoli se non può seguire il parlato in francese; e poi l'occhio salta alla scena reale dove la troupe si muove freneticamente per passare da una ripresa all'altra, o si sposta a sinistra sul gabbiotto della voce narrante quando questa entra in scena.

Insomma una forma di spettacolo complessa, dove voce, immagini, movimenti e luci si intrecciano ed entrano, con le loro diverse prospettive, a far parte del racconto.

In qualche modo anche la nostra vita è sempre più un intreccio di ciò che vediamo dal vivo, ciò che riprendiamo con il nostro smartphone, l'immagine che abbiamo di noi e quella che rappresentiamo con i nostri avatar.

Katie Mitchell sembra utilizzare tutti i mezzi narrativi a sua disposizione per trasmettere il suo messaggio, e a noi, come sempre, interessa solo raccontare le emozioni che queste scelte hanno scatenato.

Lo spettacolo comincia con la calda, ma distaccata, voce di Jasmine Trinca:

"Voi dovreste non conoscerla, averla trovata dappertutto, contemporaneamente, in un albergo, in una strada, in un treno, in un bar, in un libro, in un film, in voi stesso, in voi, in te.”

Notiamo subito che le immagini dello schermo sono in bianco e nero, probabilmente raccontano come gli uomini vedono le cose, perché gli uomini non vedono i colori.

"Vorreste tutto vedere di una donna, per quanto ciò sia possibile, voi non vedete niente.”

Laetitia Dosch Nick Fletcher si incontrano in una camera d’albergo, è un incontro mercenario, la donna si spoglia, l’uomo la guarda e non la vede. Non sa nulla di lei e nulla vuole sapere. La fa lavare prima di ogni incontro, non vuole i suoi odori, non gli interessa la sua storia.

“Anche se secoli e secoli coprissero il filo della nostra esistenza, nessuno lo saprebbe. L’amore vi è sempre sembrato fuori posto, non l’avete mai compreso, avete sempre evitato di amare, avete sempre voluto essere libero di non amare. Siete perduto, non sapete a cosa, in cosa siete perduto”

L’uomo si prepara agli incontri guardando filmini pornografici, per lui il sesso è uno stato, on/off, non conosce le sfumature. E quando si trova davanti una donna, non la vede, ricerca solo le immagini che già ha visto sul suo tablet.

La donna “spera di non sapere mai nulla del modo in cui voi sapete, assolutamente nullaVoi non sapete cosa contiene il sonno di quella sdraiata nel letto … Una notte dopo l’altra voi penetrate nell’oscurità del suo sesso, prendete quasi senza saperlo quella strada cieca… lei dev’essere sempre pronta, partecipe o no, ed è proprio di questo che voi non saprete mai nulla.”

Le scene che si susseguono sul palco e sullo schermo, i nudi, gli amplessi non ci coinvolgono, il bianco e nero dello schermo e l’arancio delle luci di scena sono due sfumatura della stessa assenza di amore che pervade questa storia.

La protagonista ha a che fare con tre personaggi maschili: il padre, che ricorda appeso ad una corda, impiccato; il cliente, che osserva senza alcuna compassione; il figlio, che vediamo felice in riva al mare forse perché non sa ancora di essere uomo.

È sempre la voce narrante che ci ricorda che per la donna invece: “Lo spirito affiora di continuo sulla superficie del corpo, lo percorre tutto, in modo tale che, ciascuna delle parti di quel corpo, testimonia da sola la sua totalità: la mano come gli occhi, la convessità del ventre come il volto, i seni come il sesso, le gambe come le braccia, il respiro, il cuore, le tempie, le tempie, le tempie come il tempo.”

Due mondi così diversi non si possono incontrare, l’uomo ha paura di ciò che non capisce: è nella donna “che si commenta la malattia della morte”

L’uomo non sa di essere affetto dalla malattia della morte, è la malattia che colpisce chi non sa di essere morto perché non ha mai vissuto, perché non conosce i colori, lo spirito.

E se l’uomo non capisce qualcosa, a volte lo distrugge, cerca di eliminare il problema, non vuole qualcuno che gli ricordi che lui è morto.

 “Il corpo è senza difese, liscio dal volto fino ai piedi. Chiede lo strangolamento, lo stupro, le sevizie, gli oltraggi, lo scatenamento delle passioni assolute, mortali”

Qui capiamo perché la voce narrante di Jasmine Trinca, che è l’unica cosa colorata dell’intero spettacolo, sia così disincantata: è la voce di una di quelle donne che si sono stancate di recitare una commedia per degli uomini che non capiscono, come invece fa la protagonista.

Ed in questo cogliamo una coerenza anche nella scelta degli interpreti di questo spettacolo, che ci ha scandalizzato non per i nudi, per le scene di pornografia, per la magistrale miseria umana dei due interpreti, ma per lo smascheramento del maschio, che vive da cadavere e non lo sa.

E capiamo anche perché Katie Mitchell si è volutamente dimenticata di uno strumento narrativo: la musica.

Cari uomini, se volete guarire dalla malattia della morte, praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso. Cercate nelle vostre donne le sfumature dei colori, giocate a riconoscere i profumi che emanano quei corpi. Non sentitevi sfidati da qualcosa di diverso che non comprendete, ma provate a chiedere loro come vedono le cose che voi vedete e fatevi raccontare quelle che non vedete. Questo lo spettacolo non ve lo dice, è la vita che ve lo suggerisce di continuo.

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La Maladie de la mort di Marguerite Duras che l’inglese Katie Mitchell ha scelto per un nuovo capitolo della sua personale ricerca sulla commistione fra linguaggi della scena e linguaggi tecnologici, a partire dal dialogo fra teatro e cinema, in un esperimento di meticciato non solo di generi e discipline, con l’osservazione assai ravvicinata della relazione fra un uomo e una donna, compresa quella carnale.

LA MALADIE DE LA MORT
liberamente tratto dal racconto di Marguerite Duras
regia Katie Mitchell
adattamento Alice Birch
con Laetitia Dosch (La donna), Nick Fletcher (L’uomo), Jasmine Trinca (Narratrice)
realizzazione video Grant Gee - scene e costumi Alex Eales
musiche Paul Clark - suono Donato Wharton
video Ingi Bekk - luci Anthony Doran

 

Produzione C.I.C.T. – Théâtre des Bouffes du Nord
coproduttori associati Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Théâtre de la Ville-Paris, Le Théâtre de Liège
coproduzione MC2:Grenoble, Edinburgh International Festival, Barbican/London, Stadsschouwburg Amsterdam, 

Teatro di Roma-Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro Fondazione, 

Teatro Metastasio di Prato, TANDEM scène nationale in collaborazione con Mayhem grazie alla Comédie-Française

 

Spettacolo programmato in collaborazione con la Francia in Scena, stagione artistica 

dell’Institut français Italia / Ambasciata di Francia in Italia

Spettacolo in lingua italiana e francese con soprattitoli in italiano

Consigliato ai maggiori di 18 anni 

L’8 e il 9 novembre al Teatro Argentina l’acclamata regista britannica, tra le più innovative e trasgressive della scena europea, Katie Mitchell è stata protagonista sul palcoscenico del Teatro Argentina con la sua prima regia in lingua francese, LA MALADIE DE LA MORT, una rilettura in chiave cinematografica dell’omonima opera letteraria di Marguerite Duras. Profonda esplorazione dell’intimità, del genere, della pornografia e del sesso, la pièce racconta l’impossibilità d’amare di un uomo e una donna restituita dall’adattamento cinematografico con riprese “live”, mantenendo una dimensione misteriosa da thriller psicologico.

La riscrittura ad opera di Alice Birch è portata sulla scena da Laetitia Dosch e Nick Fletcher, e la voce narrante di Jasmine Trinca. Una grande coproduzione internazionale realizzata da Teatro di Roma – Teatro Nazionale con C.I.C.T. Théâtre des Bouffes du Nord, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Fondazione Teatro Metastasio – Prato e assieme ad una nutrita schiera di teatri europei. 

Un uomo aspetta una donna in una stanza d’albergo. È notte: il loro accordo prevede che lei arrivi di notte, silenziosa e remissiva. Tutto ciò che l’uomo vuole, lei deve farlo, e per questo riceverà un compenso. Il prezzo non è importante: l’unica cosa che conta, per l'uomo, è imparare come si ama, come si conosce un corpo femminile. Notte dopo notte la osserva, indagandola, cercando il suo segreto, annaspando nella violenza di un’intimità negata. Marguerite Duras – scrittrice controversa, autrice del celeberrimo L’amante – si insinua nella loro relazione inquieta, inconsueta, ambigua, e racconta l’impossibilità di una intimità autentica, emotiva, sessuale. Per Marguerite Duras, infine, La Maladie de la mort non è altro che l’incapacità di amare. 

In scena telecamere filmano simultaneamente gli attori costruendo minuto per minuto lo spettacolo, nel rispetto delle regole voyeristiche sulle quali si struttura l’allestimento in un gioco di rimandi e visioni. Un punto di vista cinematografico che Katie Mitchell condivide con la Duras: l’intento è quello di restituire la profondità del divario che separa l’uomo e la donna, il maschile e il femminile. «La storia è stata scritta nel 1982 da Marguerite Duras. La giovane drammaturga Alice Birch ne ha data una nuova interpretazione – dichiara Katie Mitchell – Nel testo originale si tratta prevalentemente del punto di vista dell’uomo, invece qui si tratta soprattutto del punto di vista della donna: com’è essere la vittima di quel tipo di uomo? Volevamo usare le telecamere nello spettacolo per capire come l’uomo scruta il corpo della donna, interrogarci su come il suo corpo appare all’uomo, bilanciare il punto di vista maschile con il punto di vista femminile. Nelle prove abbiamo lavorato, ripresa dopo ripresa, su ogni singolo passo del testo. È stato un processo molto lento. Volevo offrire qualcosa che sapevo essere al di fuori di uno spettacolo teatrale “normale”. Così, quando lo guardi, in basso vedi “il teatro”, e in alto vedi sugli schermi le riprese che mostrano come quell’uomo che stai guardando sta scrutando il corpo della donna proprio in quel momento».

 

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