Viviroma.it spettacoli a Roma - Capire il piacere dell'onestà

Mercoledì, 04 Aprile 2018

Per chi volesse avere una visione un po' ampia per capire il senso de IL PIACERE DELL’ONESTÀ, al teatro Quirino, consiglio di leggere queste due righe, la lettera alla sorella Lina, scritta il 31 ottobre 1886.

La meditazione è l’abisso nero, popolato di foschi fantasmi, custodito dallo sconforto disperato. Un raggio di luce non vi penetra mai, e il desiderio di averlo sprofonda sempre di più nelle tenebre dense. [...] Noi siamo come i poveri ragni, che per vivere han bisogno d’intessersi in un cantuccio la loro tela sottile, noi siamo come le povere lumache che per vivere han bisogno di portare a dosso il loro guscio fragile, o come i poveri molluschi che vogliono tutti la loro conchiglia in fondo al mare. Siamo ragni, lumache e molluschi di una razza più nobile – passi pure – non vorremmo una ragnatela,
un guscio, una conchiglia – passi pure – ma un piccolo mondo sì, e per vivere in esso e per vivere di esso. Un ideale, un sentimento, una abitudine, una occupazione – ecco il piccolo mondo, ecco il guscio di questo lumacone o uomo – come lo chiamano. Senza questo è impossibile la vita.
Quando tu riesci a non avere più un ideale, perché osservando la vita sembra un’enorme pupazzata, senza nesso, senza spiegazione mai;
quando tu non hai più un sentimento, perché sei riuscito a non stimare, a non curare più gli uomini e le cose, e ti manca perciò l’abitudine, che non trovi, e l’occupazione, che sdegni – quando tu, in una parola, vivrai senza la vita, penserai senza un pensiero, sentirai senza cuore – allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido. Io sono così.[...] Io scrivo e studio per dimenticare me stesso – per distormi dalla disperazione.

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Sono concetti che vent’anni dopo, in una lettera a Filippo Surace, saranno ripresi: «Chi ha capito il giuoco, non riesce più a ingannarsi; ma chi non riesce più a ingannarsi, non può prendere né gusto né piacere alla vita. Così è».

 

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