Abbiamo visto: 'Il Gatto' di Simenon al Piccolo Eliseo

Domenica, 28 Ottobre 2018

Il Teatro, quello con la T maiuscola a volte fa paura, inquieta.



Quando, questa settimana, ci siamo trovati in mezzo al pubblico delle 'prime' ad assistere alla versione di Roberto Valerio del Gatto di Simenon, abbiamo percepito una diffusa preoccupazione in sala.

Ciò che veniva rappresentato sul palco da tre straordinari interpreti, ricordava a molti ciò che avviene quotidianamente nelle nostre case.

Non che le nostre case siano piene di gatti e pappagalli trucidati, ma quanto silenzio, indifferenza, ripicche, rancore possono abitare nella casa di una coppia che invecchia insieme.

Ogni storia d'amore è un campo di battaglia disseminato di morti e quando le vittime non sono i coniugi stessi, come la cronaca ci racconta nella sua quotidiana e terrificante narrazione, muore ciò che sta tra di loro, la tenerezza, la complicità, l'ammirazione, la passione.

E' inevitabile che sia così, se ci si stanca di combattere si soccombe all'abitudine.

E l'abitudine è quella che più ci colpisce nella crudeltà del rapporto tra Émile e Marguerite: i piccoli dispetti e la completa assenza di dialogo, sostituito nel romanzo di Simenon da bigliettini e nella nostra vita da sms o whatsapp.

E ancora più sconvolgente è scoprire che questa assenza di rapporto diventa il rapporto stesso tra i due, al punto che quando Émile lascia la casa, Marguerite si ritrova ad assumere la sua personalità e le sue abitudini, compresa la minestra di cipolle che detesta.

Per sapere se Émile tornerà a casa dovete andare a vedere lo spettacolo, ma dovreste andarci anche per verificare a che punto siate voi stessi, spenderete meno di una seduta di terapia di coppia.

Nel ritornello di una canzone dell'ultimo album dei Måneskin, Damiano canta:

Quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa, che non voglio più aspettare
Quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire
Quindi Marlena torna a casa, che ho paura di sparire

Il dramma rappresentato da Roberto Valerio è la coppia che sta insieme perché ha paura di sparire, non due gambe di un corpo che cammina verso il futuro, ma due stampelle che sorreggono chi non sta in piedi da solo.

Una nota finale la meritano gli interpreti, gli straordinari Alvia Reale e Elia Schilton nei panni dei coniugi, ma anche la bravissima Silvia Maino indimenticabile nella litania con la quale insieme a Marguerite, croci alla mano, convince Émile ad abbandonare il tetto coniugale.

P.S. Ma come si fa a citare Damiano per parlare di due vecchi e di Simenon?

Quando mi devo isolare dall'ambiente circostante ascolto musica e oggi, guarda caso, in cuffia c'era lui...

NOTE DI REGIA

‘Il gatto’ di Simenon – spiega Roberto Valerio nei suoi appunti di regia - ci consegna personaggi che possiedono una caleidoscopica complessità e una vibrante vocazione teatrale; è un testo feroce che rovista tra le pieghe della mente e le incrinature del cuore dei protagonisti, descritti con uno sguardo crudo e spietato.

La morte dell’amato gatto di lui per avvelenamento è la miccia che accende l’odio e fa crollare l’esile impalcatura della loro relazione e della loro intera esistenza. L’uomo, convinto, non a sproposito, che il crimine sia stato compiuto dalla moglie, si scaglia furioso sul pappagallo di lei, trucidandolo.

Il gatto, romanzo irriverente del famosissimo Georges Simenon, scuote le nostre rassicuranti pretese morali, tradendo ogni retorica perbenista, e ci conduce a perlustrare le ingarbugliate e contorte strettoie del nostro mondo interiore con sfacciata onestà.

Émile e Marguerite sono prigionieri in un matrimonio che ha ceduto il passo a un bieco e beffardo conflitto permanente. Forse i due si sono amati un tempo, o forse hanno allestito la scena posticcia della loro unione per non restare soli a recitare sul palcoscenico spoglio e desolante della senilità. Forse le origini della loro guerra domestica sono da ricercare ben prima della morte del gatto. Troppo diversi tra loro, Émile e Marguerite non si sono mai veramente sopportati. Lei, di origine piccolo borghese e dai modi fin troppo affettati; lui, ruvido capomastro in pensione, amante dei sigari e del vino rosso. Marguerite non si è mai liberata del ricordo del suo primo marito violinista ed Émile rimpiange la sua prima moglie morta troppo presto.
Tutto cade a pezzi – conclude il regista - si frantuma e disintegra sotto il peso del disprezzo e della rabbia ma i due non si separano, il desiderio di libertà e la paura della solitudine si mescolano e confondono in una perturbante prossimità. L’odio li tiene uniti. Fino all’ultimo respiro trovano la forza di torturarsi negandosi ostinatamente l’unica cosa che, forse, avrebbe potuto restituire una profondità autentica alla loro vita: l’amore.

Dall’omonimo romanzo di Georges Simenon

Adattamento Fabio Bussotti
Regia di Roberto Valerio.
Con Alvia Reale, Elia Schilton
e Silvia Maino.

Fino all'11 novembre al Teatro Piccolo Eliseo

QUI i biglietti

File disponibili

Nessun file caricato