Cultura : Libri 


 

CASE EDITRICI E BIBLIOTECHE

ALESSIA ARATI, ATTRICE E FOTOMODELLA, PRESENTA IL ROMANZO
“ANIMA”

arati
Un coloratissimo happening per presentare, “Anima”, il secondo libro dell’attrice e fotomodella Alessia Arati, organizzato da Intermedia Group.
Numerosi gli ospiti intervenuti in via Margutta nella prestigiosa location "Area Contesa", gestito dalle sorelle Teresa e Tina Zurlo, per complimentarsi con la bellissima Alessia, in mini abito rosso con ricami, visibilmente emozionata e radiosa soprattutto quando l'attore Marco Di Stefano ha iniziato a leggere degli estratti del testo dedicato all'amicizia, all'amore e a quegli incontri che cambiano la vita a prescindere dalla loro evoluzione.

Pronti a brindare, con calici di vino "Figaro" dei fratelli Antonio e Carlo Vicari di Ripantrasone, allo stile diretto, ironico e moderno della Arati anche gli attori Alex Partexano, Pietro Romano, Geppi Di Stasio, Roberta Sanzò, la stilista Klarida Gjoni, che crea abiti che sono espressione dell'anima, e il giornalista Giancarlo Leone.
E a fine serata la scrittrice, che ha persguito studi in materie umanistiche e letterarie, ha presentato anche il booktrailer, girato dal regista Tony Paganelli, le cui riprese sono state effettuate tra le regioni Lazio ed Abruzzo.

arati Amicizia, amore ed incontri che cambiano la vita a prescindere dalla loro evoluzione. Le vicissitudini di un gruppo di amiche dispiegate tra il lavoro, le esperienze di vita e relazionali pregresse e le nuove in corso rappresentano il vero fulcro del libro. L’autrice ha uno stile diretto e moderno, veloce nei tempi di ricezione e ironico a tratti, mantenendo una densità di concetto mentre descrive, con dovizia di particolari, la protagonista femminile, Arya, un'infermiera dalla mente tumultuosa e romantica che svolge con dedizione il suo ruolo di sostegno e cura dei pazienti, e quello maschile, definito empaticamente Anima, un pittore, conosciuto in una galleria che diviene un luogo focale, un uomo intuitivo e affascinante, riverso in se stesso ma fluido e ben amalgamato nel suo concedersi anche se a piccole dosi.

Un connubio che non può non esplodere. Anima e Arya, protagonisti assoluti, vivranno una storia che alterna una passione erotica e un incastro spirituale reale. Personaggi moderni ed estremamente umani, cedevoli di errori e capaci di riprese, forti delle loro fragilità. La fragilità diviene forza qualora fa perno su se stessa per elevarsi a potenza.



BEBO E ALTRI RIBELLI
di Roberto Carvelli

Non bastano le voci di milioni di adulti a rendere la voce di Bad Boy Bebo, né i quartieri di infinite città a rendere quelle della piccola borgata di Torreverde, sintesi di ogni periferia metropolitana, dove il ribelle protagonista matura il frutto della sua rivoluzione. Non romanzo a episodi né saggio ma entrambi,anzi al di là delle consuete separazioni di genere, la voce del «malfattore» BBB ti obbliga ad esplorare la verità oltre ogni sovrastruttura.
Oltre i dogmi, in un mondo in cui l’occhio del rivoluzionario si confonde con quello fiabesco dell’enfant terrible, e tutto merita di essere messo in dubbio e riconsiderato. I protagonisti sono la gente semplice che coltiva la rivoluzione che non ti aspetti, quella del cuore, e le vecchie signore della porta accanto diventano le pasionarie del significato ultimo di tutte le ideologie per cui hai sempre combattuto nonostante l’accusa di essere un intollerabile bambino cattivo. Dietro il bancone della sua merceria, nei dialoghi con le colleghe commesse e negli incontri con il Doctor e gli altri amici picari, Bebo ci accompagna fra rabbia e utopia nell’eterno cammino di un sognatore.

Roberto Carvelli (Roma, 1968) ha pubblicato racconti su Maltese, Fernandel, Delitti di Carta e Tratti; nel dicembre 2001 è uscito il suo poema in prosa “Letti” (Kerosene, Roma). Il sito dell'autore: www.carvelli.it <http://www.carvelli.it>





'La Rivoluzione è solo della Terra' di Paola F.Febbraro, vincitrice dell'VIII edizione del Premio di poesia 'Renato Giorgi' Sasso Marconi (BO)

Appartenere al reale, essere 'della specie femminile' che custodisce segreti e saperi mettendo in primo piano la centralità del corpo, il suo vedere, sentire, ricordare e fare. Imparare dall'esperienza, dal rapporto con chi ci è vicino o lo è stato, dare a queste presenze dignità e parola, giorno dopo giorno, in una sorta di diario filosofico, di taccuino di viaggio, di galateo vivente, è la sfida che Paola F.Febbraro lancia attraverso la sua parola nuda, precisa, parsimoniosa. Restare ancorati al concreto, con i piedi per terra. Volare bassi, bassissimi, sulla linea di un orizzonte di senso da cui, superando l'io in frantumi del Novecento e ogni tentazione decorativa e calligrafica, andare in cerca della propria irripetibile, terrestre interezza.

Loredana Magazzini

L'autrice

Paola F.Febbraro è nata a Marsciano (PG) il 9 gennaio 1956. Vive e lavora a Roma. Ha scritto testi per la radio e per il teatro nel quale ha lavorato anche come aiuto-regista con Simone Carella, Alessandra Vanzi Victor Cavallo, Gustavo Frigerio. Ha partecipato al laboratorio di poesia di Elio Pagliarani "Primavera 88". Con la silloge 'Turbolenze in aria chiara' è arrivata finalista al Premio Laura Nobile,1994. Ha partecipato al 'Festival dei poeti' ad Ostia Antica nel 1994 e nel 1999. Nel 1996 si è autoprodotta E forse io chiamo amore. Ha pubblicato "a fratello stefano", (La Volpe e l'Uva, Bologna 2000)

 


Fernanda Pivano, la ragazza che ama l'America

Un libro radiofonico, scritto con "le parole" di Fernanda Pivano. Un linguaggio essenziale e rapido come la voce della grande scrittrice che ha scoperto e fatto conoscere in Italia il movimento della Beat Generation. C'è il contatto materiale con la Pivano, con la persona, ma anche con il suo viaggio di scoperta in America, con la sua storia e le sue esperienze nel libro, curato per Rai-Eri dalla giornalista Laura Guida, "Fernanda Pivano, la ragazza che ama l'America". Il libro, che nasce per non lasciare nel "dimenticatoio" la voce della Pivano registrata su una ventina di nastri in un'intervista di 12 ore rilasciata nel '97 alla giornalista di "Radio anch'io", è un viaggio che non ripercorre soltanto le tappe più conosciute degli incontri con giovani scrittori beat come Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso, ma che parte da più lontano, dall'adolescenza della Pivano e dalla conoscenza di Cesare Pavese, suo professore al liceo e più tardi innamorato "non ricambiato" della ragazza "bella e virtuosa, quando virtuosa non faceva ancora rima con noiosa", come si definisce la stessa scrittrice. E' un racconto "dettato", emozionante e pieno di aneddoti, non appesantito dal curatore che vuole fare della critica letteraria sempre e comunque. E' la storia semplice della vita, ricca di colpi di scena, di una grande scrittrice e traduttrice che si racconta e che parla - si ha l'impressione - a un amico, al lettore che l'ha amata.

 

 

Presentazione del libro di Alberto Arbasino Riga n° 18

A cura di Marco Belpoliti e Elio Grazioli Palazzo delle esposizioni 2 aprile 2001 ore: 15,00 Presiede: Walter Pedullà Intervengono: Alberto Arbasino Nello Ajello, Roberto Andreotti, Massimiliano Capati, Pietro Citati, Andrea Colace, Andrea Cortellessa, Michele Dantini, Federico De Melis, Giosetta Fioroni, Nadia Fusini, Enzo Golino, Franco Marcoaldi, Paolo Mauri, Gabriele Pedullà, Graziella Pulce, Luca Scarlini, Emanuele Trevi

Alberto Arbasino è con ogni probabilità il più noto scrittore italiano vivente. Presente sui giornali e i settimanali con articoli che spaziano dalla letteratura al costume, dall’arte al teatro, dalla musica ai reportage di viaggio, egli ha uno stile inconfondibile. Seguito da un vasto pubblico di fedeli lettori, i suoi libri sono continuamente riscritti e editi presso Adelphi, dove Arbasino ha pubblicato, solo pochi anni fa, una monumentale riedizione del romanzo Fratelli d’Italia, apparso per la prima volta nel 1963, uno dei libri più importanti degli ultimi cinquant’anni. Il numero di "Riga" intende rendere omaggio a questo autore e al tempo fare il punto sul suo lavoro letterario, giornalistico, narrativo, teatrale, cinematografico. Si tratta dell’unico volume oggi a disposizione per conoscere il lavoro di Arbasino. Il libro è articolato in quattro sezioni: una serie di scritti di Arbasino dagli anni Cinquanta ad oggi mai raccolti in volume (circa 70 pagine); quattro conversazioni e interviste con Arbasino (60 pagine) di cui una inedita e una molto ampia che ripercorre tutta la sua carriera di scrittore, ma anche le vicende della letteratura e del costume italiano. Un’antologia (100 pagine) che raccoglie le migliori recensioni e saggi brevi su Arbasino, dal 1957 al 2000: Citati, Guglielmi, Del Buono, Bo, Manganelli, Gramigna, Golino, Praz, Sanguineti, Eco, Gorresio, Fruttero e Lucentini, ecc. Una serie di saggi nuovi scritti apposta per il numero da giovani saggisti e scrittori e organizzati in un lemmario, da "America" a "Vaffanculo!" (150 pagine) che raccontano e discutono i punti importanti dell’opera di quello che è considerato un indiscusso maestro della letteratura e del giornalismo italiano (Bartezzaghi, Belpoliti, Trevi, Cortellessa, Ponte di Pino, Agosti, Capati, ecc.). Aprono il numero tre racconti di Giuliano Scabia, Nico Orengo e Mario Fortunato; lo chiudono tre interventi artistici di Amedeo Martegani, Ginaluca Codeghini e Giosetta Fioroni. Il numero è stato realizzato in occasione del settantesimo compleanno di Alberto Arbasino.
Alberto Arbasino A cura di Marco Belpoliti e Elio Grazioli pp.416 Marcos y Marcos Palazzo delle Esposizioni via Nazionale 194 00184 Roma Informazioni: 06489411 064745903

 

Si sta facendo sempre più tardi

Con questo romanzo epistolare Antonio Tabucchi rinnova un'illustre tradizione narrativa seppure infrangendone i codici e pervertendone il genere. A poco a poco, infatti, ci accorgiamo che qualcosa "non torna" in tutte queste missive: il paesaggio sembra slittare sotto i nostri occhi, i destinatari sembrano sbagliati, i mittenti scomparsi e i tempi capovolti, come se il prima e il dopo si scambiassero di posto e le lettere fossero in anticipo o in ritardo sullo stesso messaggio che recano con sé. L'insieme è uno straordinario percorso tra le passioni umane dove l'amore è l'illusorio punto centrale che in realtà è il punto di fuga che ci conduce verso le zone più oscure dell'animo, laddove la geometria delle passioni si trasforma in un incerto e misterioso territorio di impossibile misurazione. Ora con tenerezza, ora con sensualità, nostalgia, rimpianto, ferocia o delirio diciassette personaggi maschili attraverso diciassette lettere ad altrettante figure femminili, tessono i fili di un'insolita trama narrativa fatta di cerchi concentrici che paiono allargarsi nel nulla, povere voci monologanti avide di una risposta che non potrà mai venire. Ad esse risponde infine, raccogliendo le diverse vicende in un polifonico romanzo epistolare, una voce femminile distante e implacabile, e allo stesso tempo colma di pena per loro.

Brossura | 228 pagine | Feltrinelli | 2001


L'eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo

Un dialogo serrato tra due magistrati che hanno vissuto a Palermo gli anni dello scontro con Cosa nostra. Dall'inedito confronto tra Gian Carlo Caselli (che è stato a capo della Procura di Palermo) e Antonio Ingroia (suo sostituto, allievo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) emergono i retroscena delle grandi operazioni antimafia, dei contrasti interni ed esterni alla magistratura, dei rapporti tra la politica e giustizia, dei clamorosi casi giustiziari fino al processo Andreotti. Un faccia a faccia che richiama i personaggi al centro delle più importanti inchieste di mafia, da Totò Riina a Tommaso Buscetta, da Balduccio Di Maggio a Giovanni Brusca, in un intreccio inquietante e drammatico. (Gian Carlo Caselli)

Brossura |220 pagine | Feltrinelli | 2001


Il giovane Holden

"Non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi così a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia. Niente di più di quel che ho raccontato a D.B., con tutto che lui è mio fartello e quel che segue. Sta a Hollywood, lui. Non è poi tanto lontano da questo lurido buco, e viene qui a trovarmi praticamente ogni fine settimana. Mi accompagnerà a casa in macchina quando ci andrò il mese prossimo, chi sa. Ha appena preso una Jaguar. Uno di quei gingilli inglesi che arrivano sui trecento all'ora. Gli è costata uno scherzetto come quattromila sacchi o giù di lì. E' pieno di soldi, adesso. Mica come prima. Era soltanto uno scrittore in piena regola, quando stava a casa". (Jerome David Salinger)

Cartonato | 238 pagine | Einaudi | 2001


La versione di Barney

Approdato a una tarda, linguacciuta, rissosa età, Barney Panofsky impugna la penna per difendersi dall'accusa di omicidio, e da altre calunnie non meno incresciose diffuse dal suo arcinemico Terry McIver. Così, fra quattro dita di whisky e una boccata di Montecristo, Barney ripercorre la vita allegramente dissipata e profondamente scorretta che dal quartiere ebraico di Montreal lo ha portato nella Parigi dei primi anni Cinquanta (con l'idea di assumere il ruolo di "scrittore americano a Parigi"), e poi di nuovo in Canada, a trasformare le idee rastrellate nella giovinezza in 'sitcom' tanto popolari quanto redditizie, grazie anche a una società di produzione che si chiama opportunamente 'Totally Unnecessary Productions'. Barney ci parla delle sue tre mogli - una poetessa esistenzialista, una miliardaria dai robusti appetiti e dalla chiacchiera irrefrenabile, e Miriam, l'adorata Miriam, che lo ha appena lasciato. Ci racconta le sue passioni, come chiosare i quotidiani, o ascoltare nella notte Miriam alla radio. Ci aggiorna sulle sue ubbie e sui rimedi che escogita. E ci chiede di partecipare alle sue consolazioni, accompagnandolo a deporre sulla tomba del padre, anziché il sassolino rituale, un sottaceto e un tramezzino al pastrami. Questo è Barney Panofsky, personaggio fuori misura, insofferente di tutto ciò che ottunde la vita. E questa è una delle storie più diverteti che ci siano state raccontate da molto tempo.
(Mordecai Richler)

Brossura | 490 pagine | Adelphi | 2000

 


Invito alla lettura

Seta

di Alessandro Baricco


In Seta la scrittura si fa lieve e seduce narrando la lenta gestualità dell'eros orientale e viaggi esotici in terre lontane.
Con l'intreccio sapiente del tessuto prezioso, il romanzo racconta una vicenda semplice e insieme singolare. Siamo nella Francia dell'Ottocento e protagonista della storia è Hervé Jancour, piccolo borghese di provincia, dedito al commercio redditizio ma insolito dei bachi da seta.
Tale attività obbliga l'uomo a compiere dei viaggi in Giappone, dove scopre l'amore, che rimane platonico, per una splendida fanciulla. La passione tra Hervé Jancour e questa donna è l'origine dell'intreccio.
Il protagonista, abituato ad assistere alla propria vita, scopre nell'universo nipponico il desiderio e diviene soggetto che lo esprime. In un oriente mitico, dove la seta è impalpabile e tutto, anche l'erotismo, assume la leggerezza del nulla, Hervé Jancour trova se stesso.
La narrazione si consuma in un gioco di apparenze e sostituzioni, di realtà illusorie che assistono e sopravvivono al disfarsi di tutto il resto.
La parola narrativa sfuma, diventa ineffabile, e accompagna un racconto che ha tutto il sapore della fiaba. Il Giappone, icona di uno spazio mitico, diviene allo stesso tempo la dimensione altra in cui è possibile trovare gli ingredienti necessari per una tessitura narrativa pregiata e impalpabile. Seta, dove il titolo è metafora dell'intento stilistico e narrativo del romanzo, scopre il piacere per la velatura preziosa e l'inclinazione per la miniatura elegante.
La semplicità della struttura narrativa è, in realtà, solo apparente: nella pagina che scivola via leggera, si annidano tutte le artificiose tecniche stilistiche che caratterizzano la scrittura di Alessandro Baricco.

Di Cinzia Mescolini.


Finalmente una guida agile e completa della bellissima

Basilica di S. Cecilia in Trastevere       
         

Venerdì 6 ottobre alle ore 18, nell’antico salone della Rettoria della Basilica, le Nuove Edizioni Romane presentano il libro La Basilica di S. Cecilia in Trastevere, scritto dalla studiosa di storia dell’arte Anna Maria Panzera e illustrato dal noto acquerellista Mario Bagordo.

Nel giardino della Basilica sarà allestita una mostra degli acquerelli originali di Bagordo che proseguirà fino a domenica 8 ottobre.

Nuove Edizioni Romane
Piazza S. Cecilia, 18 00153 Roma
tel. 06/5881064/5818091
www.nuoveedizioniromane.it
e-mail: ner@mclink.it


Invito alla lettura


Il partigiano Johnny         
           di Beppe Fenoglio

Il partigiano Johnny, Torino, Einaudi, 1978.

Pubblicato postumo nel 1968, Il partigiano Johnny è frutto di una delicata operazione filologica che ha fuso redazioni distinte, sempre provvisorie, di un progetto narrativo che Beppe Fenoglio non ha mai portato a termine.
Il partigiano Johnny è un testo di grandissima importanza nel panorama letterario del secondo Novecento, e la sua forza narrativa risiede proprio nell'approccio antiretorico con cui viene affrontata la tematica della Resistenza.
La storia è quella di uno studente inglese che dopo l'8 Settembre decide di andare in collina a combattere a fianco dei partigiani. Lo sfondo è quello della guerra civile delle Langhe, tra il 1944 e il 1945.
Il racconto supera la tensione documentarista per riversare nella pagina un vissuto individuale e collettivo, umano e storico, proiettato in una dimensione del tutto esistenziale.
La guerra diviene per Johnny esperienza totalizzante che si sostituisce alla vita, che dilata gli spazi e i tempi di una coscienza via via sempre più allucinata. Negli orrori della guerra, la progressiva sospensione del sé apre la via alla percezione della radicale insensatezza (esistenziale, non storica) del combattere.
Narrazione del vissuto e pensiero, incalzano in maniera a tratti convulsa, alimentati da un linguaggio che ricalca i tempi affannati della guerriglia. E' proprio nel linguaggio che sopravvive lo scatto vitale capace di opporsi allo svuotamento della coscienza. Contro l'italiano ufficiale, lingua artificiosa della dittatura fascista, Johnny pensa e scrive mescolando espressioni dialettali, termini inglesi, neologismi, neoformazioni sintattiche.
Il risultato è un espressionismo estremamente vivace, che genera un codice altro, capace di innalzarsi nella lontananza metafisica dell'Inghilterra elisabettiana, o ripiegare nell' espressività materna, cioè nel dialetto.
Questo stesso plurilinguismo, vera forza del romanzo, risulta essere il maggiore ostacolo per una lettura che cerca più piacevolezza che spessore letterario.

Di Cinzia Mescolini.


Invito alla lettura


Capriccio italiano          
           di Edoardo Sanguineti

Edoardo Sanguineti, Capriccio italiano, Milano, Feltrinelli, 1963.

Capriccio italiano di Edoardo Sanguineti è la trascrizione onirica di un frammento di vita qualsiasi. A raccontarsi è un uomo in piena crisi coniugale, aggravata dalla terza gravidanza della moglie. L'idea del figlio che deve nascere genera un groviglio di pulsioni inconsce, paure, frustrazioni, insicurezze nella vita di coppia che qui esplodono con la forza degli incubi, per generare una narrazione allucinata e che si nutre di continue epifanie.
In Capriccio italiano, intreccio si sequenze possibili, l'onirismo è ritorno al disordine, forza dirompente in grado di sondare nell'inconscio e scoprire verità esistenziali nascoste dietro le piccole e rassicuranti certezze del vivere quotidiano.
In pieno spirito carnevalesco la struttura onirica del romanzo svela l'altro lato delle cose, ne scardina le certezze, accompagna l'uomo negli inferi del proprio inconscio.
Il romanzo è costituito da centoundici frammenti, privi di consequenzialità logica e temporale, in cui vive la sotterranea inquietidune che caratterizza i sogni.
E del sogno il romanzo riproduce, sia a livello formale sia contenutistico, le caratteristiche fondamentali: metamorfosi di ambienti e personaggi, atmosfera nebulosa, luoghi imprecisati, temporalità dilatata, sfumata, ricca di elementi simbolici che tornano ossessivamente, fuori da ogni criterio di verosimiglianza. Come nei sogni la narrazione si piega alle pulsioni più profonde. Spesso prende il sopravvento la pulsione erotica, ridotta a pura funzione biologica , che recupera così l'energia vitale di cui è ancestralmente depositaria.
La pagina di Capriccio italiano pullula di elementi onirici in continua metamorfosi. Acqua, sangue, fuoco, serpenti, compaiono mescolati agli oggetti del vivere quotidiano: telefoni, funivie, elementi che assumono, come dei sogni, significati altri.
La scrittura, come il sogno, non ci da il tempo di isolarli, di coglierne la logica, perché li ha già trasformati in qualcosa di diverso. Lo sguardo deformante dell'inconscio modifica gli oggetti e il loro significato. Un semplice telefono può diventare presenza inquietante fino a generare autentico terrore.
Il finale è catartico, liberatorio, come il risveglio da un incubo.
La tensione, il senso di frustrazione si scioglie nella gioia che accompagna la nascita del bambino. L'uomo compie finalmente l'ascesa verso la luce, dopo essere sprofondato nell'inferno del proprio inconscio, in un viaggio esistenziale di memoria dantesca. Ricompare la luce, e l'armonia: Michele è nato.

Di Cinzia Mescolini.


Invito alla lettura



Castelli di rabbia
                    di Alessandro Baricco    

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia, Milano, Rizzoli, 1991.

Castelli di rabbia non racconta una sola storia ma una miriade di storie che si intrecciano in un gioco continuo di ripetizioni e ritorni.
Esordio narrativo di Alessandro Baricco, stupisce in Castelli di rabbia la ricchezza affabulatoria, in cui l’impulso fantastico prevale sull’unità dell’azione.
Scenario del romanzo è l’irreale Quinnipak, cittadina utopica di mitico Ottocento inglese, in cui si agitano i destini di personaggi stravaganti.
C’è il signor Rail, che acquista una locomotiva, gli da nome Elisabeth e progetta di costruire una ferrovia senza destinazione, che sia l'esatta metafora del destino.
C’è dell’architetto Hector Horeau, che sogna di realizzare un palazzo interamente in vetro, in cui sia possibile essere "fuori e dentro nello stesso momento…al sicuro eppure liberi…".
C’è Pekisch, musicista che dirige la banda di Quinnipak e inventore dell'umanofono, un organo composto di persone, ognuna della quali emette soltanto la nota che gli appartiene. Pekisch però non ha una sua nota personale, e un giorno tutta la musica che conosce gli esplode in testa uccidendolo.
C’è la signora Abegg, che dopo la morte del suo promesso sposo, non potendo disporre di un felice avvenire, si costruisce un felice passato, inventando, nei minimi particolari, una precedente vita matrimoniale fino a farsi chiamare vedova Abegg.
C'è Penth, che appunta su un quadernetto le cose della vita per impararle più in fretta, mentre aspetta di crescere abbastanza da entrare nelle giacca da uomo nera in cui è stato trovato, per lasciare Quinnipak e andare a cercare fortuna nella capitale.
Liberi da logiche utilitaristiche, destinati allo scacco, i personaggi di Castelli di rabbia contrappongono, con ostinazione, un impulso fantastico al grigiore borghese, attraverso comportamenti inusuali.
Su tutto presiede il senso del destino come entità altra, che procede con una sua logica precisa e imperscrutabile.
Di fronte all' ineluttabilità del destino, in cui si consuma la caduta della felicità, lo scatto della fantasia soccombe alla pragmaticità del reale.
Intreccio di trame, linguaggi e situazioni, che definisce una polifonia di voci e di intenti narrativi, Castelli di rabbia vive della tensione costante tra l’infinità del narrabile e i limiti della parola narrata.
La pagina risulta uno spazio evasivo dell’immaginario in cui il lettore può, se vuole, rifugiarsi.

Di Cinzia Mescolini.




TUTTI GLI UOMINI DELLA REGINA

Storie, campioni e numeri dell'atletica olimpica dal 1896 a oggi.

Una panoramica completa dell'atletica alle Olimpiadi, dalla prima edizione a oggi. Di ogni disciplina vengono proposti quattro temi:
1) un testo introduttivo riguardante la storia e gli avvenimenti principali
2) una carrellata statistica in cui sono citati i primi tre di ciascuna edizione con i relativi tempi 3) un medagliere specifico
4) una classifica dei migliori dieci atleti della disciplina in questione.
Una sorta di rigoroso e gustoso compendio della regina delle Olimpiadi, come viene giustamente definita l'atletica leggera. Formato: cm. 15 x 21 Pagine: 160 Prezzo di copertina: L. 22.000. L¹AUTORE Graziano Guidi, 35 anni, è giornalista dell¹agenzia di stampa radiofonica ³Area², redazione sportiva, dal 1992. Esperto ed appassionato di atletica leggera, ha seguito da inviato alcuni dei massimi eventi del decennio scorso, tra cui gli Europei del 1990 di Spalato e quelli del 1994 di Helsinki.

EDIZIONI LIBRERIA SPORTIVA ERACLEA
Via Nicolò V, 44 00165 Roma
tel/fax 06/39387794
e-mail: eraclea.ordina@tin.it

 

 

Il libro ritrovato

di Claudio Lugi

La rubrica che debutta da gennaio su VIVIROMA, ha lo scopo di rivalutare o più modestamente riproporre opere di indubbia qualità, cadute nel dimenticatoio, obliate magari in un fondo di scaffale, sottovalutate della critica oppure ignorate dal pubblico. Libri talora di non facilissima reperibilità, ma ancora disponibili nei listini editoriali e che a nostro giudizio risultano inossidabili alle mode e alle ingiurie del tempo. Buona lettura!

"... l’ispirazione, che consiste nell’ubbidire ciecamente ad ogni impulso, è in realtà una schiavitù.
Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo di altre regole che ignora."
(Raymond Queneau) Raymond QUENEAU Esercizi di stile Traduzione di Umberto Eco.
Einaudi Torino 1983 pp. 244 £ 28.000

Raymond Queneau (1903-1976), ha riscosso un buon successo in Italia soprattutto dopo l'uscita di Zazie nel metrò (1959), piccolo capolavoro dell'umorismo nero, seguito l'anno successivo dalla fortunata versione cinematografica di Louis Malle, ma Esercizi di stile ha goduto di una certa affermazione in coincidenza con l’ubriacatura strutturalista degli anni ’80, dal momento che il suo impegno nel segno del dominio del linguaggio, ben si adattava agli umori delle avanguardie e alle prospettive semiologiche.
Non è del tutto un caso quindi che i più solerti estimatori dello scrittore francese nel nostro paese siano stati Italo Calvino e Umberto Eco, del romanzo I fiori blu e dell’opera esaminata in questa sede, i rispettivi traduttori e curatori.
E anche il lettore meno smaliziato non tarderà a trovare le strette affinità tra l’autore di Piccola cosmogonia portatile e tra i due illustri esponenti della letteratura italiana della seconda metà del ‘900. Esercizi di stile, stampato nell'immediato dopoguerra in veste di saggio, in realtà non appartiene a un genere facilmente classificabile, e questo ha costituito la sua forza, ma nello stesso tempo ne ha frenato la popolarità, ammesso che così sia, visto che la casa torinese seguita a proporlo nella gloriosa collana degli Struzzi in cui ha superato ormai la decina di ristampe.
Si tratta, allora, di un testo sulle possibilità della scrittura? Oppure di un racconto erudito (Notazioni) nelle 99 variazioni costituite dalle figure retoriche, dai generi, dagli stili e dai linguaggi del quotidiano? Umberto Eco, traduttore e acuto rielaboratore di una "materia" complessa come quella dell'argot e dei gerghi, sostiene, nella chiusa dell'introduzione al volumetto, che "Queneau ha inventato un gioco e ne ha esplicitato le regole nel corso di una partita splendidamente giocata nel 1947."
Oggi, salvata l'attualità metropolitana dei temi, o per meglio dire del "tema", ( Queneau riduce il tecnicismo metalinguistico a una dimensione quotidiana), abbiamo appurato che il passaggio da un codice aulico ad uno prosaico attraverso una gamma di soluzioni assicura vari livelli di fruibilità e dunque garantisce piacere ai lettori, innumerevoli spunti "agli scrittori in erba" e ai docenti più vivaci, di conseguenza prepara generazioni di studenti a nuove e più raffinate torture…

Estratti da: Raymond Queneau, Esercizi di stile Einaudi. Notazioni Sulla S, in un’ora di traffico.
Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare.
E’ con un amico che gli dice: "Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito". Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Volgare Aho! Annavo a magnà e te monto su quer bidone de la Esse - e ‘an vedi? - nun me vado a incoccià con ‘no stronzo con un collo cche pareva un cacciavite, e ‘na trippa sur cappello? E quello un se mette a baccaglià con st’artro burino perché - dice - jé acciacca er ditone? Te possino! Ma cche voi, ma cchi spinge? e certo che spinge! chi, io? ma va a magnà er sapone! ‘Nzomma, meno male che poi se va a sede.
E bastàsse! Sarà du’ ore dopo, chi s’arrivede? Lo stronzo, ar Colosseo, che sta a complottà con st ‘artro quà che se crede d’esse er Christian Dior, er Missoni, che so, er Mister Facis, li mortacci sui! E metti un bottone de quà, e sposta un bottone de là, a acchittate così alla vitina, e ancora un po’ ce faceva lo spacchetto, che era tutta ‘na froceria che nun te dico.
Ma vaffanculo!

Ampolloso Quando l’aurora dalle dita di rosa imparte i suoi colori al giorno che nasce, sul rapidissimo dardo che per le sinuose correnti dell’Esse falcatarnente incede, grande d’aspetto e dagli occhi tondi come toro di Bisanto, lo sguardo mio di falco rapace, quale Indo feroce che con l’inconscia zagaglia barbara per ripido sentiero alla pugna s’induce, mirò l’uman dal collo astato, giraffa pié veloce, e dall’elmo di feltro incoronato di una bionda treccia.
La Discordia funesta, invisa anco agli dei, dalla bocca nefasta di odiosi dentifrici, la Discordia venne a soffiare i miasmi suoi maligni tra la giraffa dalla bionda treccia e un passeggere impudente, subdola prole di Tersite.
Disse l’audace figlio di giraffa: "O tu, tu non caro agli Olimpi, perché poni le ugne tue impudiche sulle mie alate uose?" Disse, e alla pugna si sottrasse, e sedde.
La sera ormai morente, presso la Corte candida di marmi, il giraffato pié veloce ancora vidi, accompagnato da un sulfureo messo d’eleganze, e ad altissima voce, che colpì l’acutissimo mio orecchio, questi vaticinò sul peplo, di cui l’audiente s’avvolgeva: "Tu dovrai - disse quello - avvolgere ai tuoi lombi la tua toga, un diamante aggiungendo a quella schiera, che la rinserra!"

( 7 gennaio 2001 )

 

 

La crociata della formica

di Graziano Isaia

PARTE PRIMA

I) PUNTI, NIENT'ALTRO CHE MALEDETTI PUNTINI. SOLAMENTE DEI CORIANDOLI DI inchiostro nero e grigio su una distesa semiruvida di bianco. Le cose, però, non hanno un unico volto: a seconda della prospettiva, cambiano aspetto. Staccando lentamente la guancia sinistra dalla pagina del quotidiano, io mi accorsi che quei coriandoli nei quali avevo navigato per qualche minuto, vale a dire per tutto il tempo in cui avevo sonnecchiato, assumevano le forme di parole e fotografie: essi si confondevano, si mischiavano, si mimetizzavano reciprocamente perché avevano il compito di apparire in un certo modo. La mia vita era un po' come quel foglio di giornale: ormai piatta, composta da tante frasi scritte da qualcuno e poi sbavate dal sudore grasso della mia faccia. Erano cosparse entrambe di impronte digitali più o meno casuali, che in realtà io interpretavo come dei labirinti: i solchi dei polpastrelli sono attorcigliati, ravvicinati, assai complessi, e a guardarli da vicino anch'essi assumono una sagoma, quella di groviglio. D'altra parte, da quel giorno la mia esistenza aveva cominciato a girare vorticosamente, senza che io me ne accorgessi o potessi reagire: essa cercava una via d'uscita fra mille muri insormontabili e finte porte, infine si sarebbe necessariamente annientata. Erano le dieci del mattino. Il sovrintendente mi notò nel mio ufficio attraverso i vetri appena lavati dal Marocchino dell'impresa di pulizie. Entrò indisturbatamente, il mio collega, e senza imbarazzo mi scrollò energicamente con quelle mani da contadino, enormi, potenti, di cui andava orgoglioso. Così mi svegliai di soprassalto. Nel rapido passaggio dall'abbandono del sonno al ritorno alla veglia, vidi in sequenza i coriandoli, le parole e le fotografie, la sbavatura, le impronte digitali non ben definite sul notiziario, la realtà che stava a monte del racconto dei giornalisti. "Ispettore, cosa fa, dorme?". "Io… Non lo so… Beh… Sono crollato, non mi era mai successo". "E' arrivato da due ore ed è già stanco? Si sente bene?". "Credo di sì, insomma, direi proprio di sì. Sono soltanto molto affaticato. Tornerei volentieri a letto!". "Vita notturna intensa, eh?". Il sovrintendente, per la prima volta da quando l'avevo conosciuto prendendo servizio lì, sorrise ed ammiccò. Doveva saperla lunga in fatto di donne e di conquiste nella complicità delle tenebre. "Comunque non può poltrire, stamattina. La attendono all'ospedale di Fossano. Ricorda? A proposito, la macchina è già pronta!" "Oh, grazie. Se non ci fosse lei… L'avevo dimenticato, infatti. Ma cosa diavolo vogliono da noi? Ci sono i Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia, che indaghino loro!" "Non è così semplice, lei lo sa meglio di me. Il GIP ha assegnato l'inchiesta a noi perché è intervenuta la Polizia, ieri sera. In ogni caso, la aspetta un vigile urbano che le spiegherà più precisamente la questione". Allora quei coriandoli mi colpirono violentissimamente in fronte. Come dei boomerang incontrollati, portavano un messaggio atroce, sconvolgente. Le pubblicazioni più importanti non parlavano d'altro. Almeno tre colonne di tutte le prime pagine erano state dedicate all'avvenimento. Perfino la stampa locale non aveva perso l'occasione di fare il colpo, tuffandosi a capo fitto nella ricerca di un'intervista con la poverina. La cronaca nera le aveva dischiuso le proprie fauci, puntava simbolici riflettori verso la ragazza. Tuttavia, Marta non era per nulla entusiasta di quella pubblicità gratuita. Anzi, rifiutava di leggere qualsiasi notizia che la riguardasse. Cineoperatori e corrispondenti erano costantemente appostati davanti alla sua abitazione. Un esercito di assetati e spietati lupi la braccava: ma lei era già uno straccio abbastanza liso, sgualcito e molto vulnerabile. Il giudice per le indagini preliminari, non a caso, aveva predisposto, di comune accordo con i medici, che ella restasse nella struttura sanitaria per almeno quindici giorni, piantonata da agenti e sorretta, per così dire, da una psicologa. Uscii dalla Questura di Cuneo verso le dieci e trenta. Un agente mi accompagnò con un'Alfa 33 all'ospedale di Fossano. Lì vidi per la prima volta Marta. Rischiai di svenire. Lei mi stava aspettando, pallida come l'alone della luna, in uno studio del pronto soccorso. Era seduta compostamente su una squallida sedia, in un angolo semibuio della stanza. Innanzitutto, però, incontrai l'agente di Polizia Municipale che l'aveva aiutata, singhiozzante e stremata, nemmeno ventiquattr'ore prima: mi attendeva come concordato e me ne parlò brevemente. Le parole della poliziotta furono concise, secche, amare, ma estremamente professionali: "Si chiama Marta Scandano. Ha diciott'anni. Frequenta regolarmente l'ultimo anno delle Magistrali a Cuneo, vive con i genitori a Fossano. Per il momento non so dirle altro, ma non sarà difficile recuperare informazioni sul suo conto". "Gliene sono molto grato. Ci penseremo noi". "Certo". A quel punto la collega inchiodò bruscamente il flusso irrequieto delle dichiarazioni, e non per irritazione dovuta alla mia difesa di competenze bensì per riprendere fiato. Mentre l'avevo ascoltata, avevo dato un'occhiata alla relazione di servizio che mi aveva messo fra le mani. Lei fumava, era nervosa: in quel momento trovavo inspiegabile il suo affannoso comportamento, solo in séguito avrei compreso il perché di tanta ansia. Ricominciò a parlare, circondata da una cortina di fumo che io stentavo a sopportare: "Ieri sera piangeva, era rannicchiata al suolo, e quando io l'ho chiamata lei non si è mossa di un centimetro, non mi ha manco risposto. È stata ferita al volto in più punti, forse con una lametta da barba. I dettagli li trova nel mio rapporto. In ogni caso, anche il medico che l'ha visitata è a disposizione per fornirle dati più precisi". Avevo udito con intensa attenzione ogni sua frase ed avevo colto dei cambiamenti nella sua voce, che era diventata, a tratti, flebile e piagnucolosa. Ma non stava recitando. La ringraziai, precisando che avrebbe dovuto aspettarmi presso il suo comando. Le feci un sorriso e strinsi le labbra, quasi a rinnovare - insieme - le mie perplessità sulla complessa vicenda e la mia riconoscenza per il lavoro deontologicamente irreprensibile. Eppure l'agente sembrava titubante, ed ora notavo che le sue pupille erano lucide per le lacrime che non osavano scappare. Lei si accostò al mio orecchio destro con quell'estrema calma che caratterizza il fedele che si accinge a confessare i propri peccati poco prima dell'eternità. "Mi ha impressionato tantissimo" bisbigliò. "Non mi era mai successo". Da una finestra a rosone penetrava un impertinente fascio di luce solare multicolore che mi investiva in pieno viso: stringevo le palpebre per riparare al fastidio. Prima di entrare nella stanza dove c'era Marta, lessi velocemente la relazione di servizio che mi era stata consegnata. Nella parte conclusiva del dossier erano state applicate, tramite le graffette di una pinzatrice, cinque fotografie recenti di Marta: era sobriamente elegante; il suo abbigliamento, spigliato e giovanile in un tempo, metteva in risalto quanto di più bello madre natura le aveva generosamente concesso. Era splendidamente inserita in una scenografia: una cornice esotica riprodotta artigianalmente in uno studio fotografico del centro. Marta si era esibita in pose indubbiamente ricercate: per quegli atteggiamenti provocatori non sembrava nemmeno la ragazza che era, bensì un dipinto dai colori della finzione maliziosa. Era magnifica. Il suo fascino conturbante per diversi secondi mi ammaliò come il sortilegio di uno stregone. Di colpo immagazzinai molto ossigeno: la cassa toracica si dilatò a dismisura, l'organismo fu galvanizzato da nuova aria. Mi schiaffeggiai delicatamente e scossi la testa, lasciando che si rilassassero i muscoli pellicciai di guance e fronte. Lentamente scollai i piedi dal pavimento. Avevo un sorriso di circostanza stampato sulle labbra ma un atteggiamento di totale disponibilità plasmato nel cuore. Allora, e solo allora, spalancai la porta. Di fronte a me non trovai certamente quella Marta che avevo ammirato poco prima a bocca aperta nelle foto. Ora, impaurita in un cantuccio dell'ambiente ostile, c'era una creatura, violentata nella mente, di cui non si riusciva a scorgere che la pelle delle mani. Vedendomi, emerse dalla sottile ombra nella quale si era rifugiata (l'infermiere lì presente si assentò con un mio solo cenno della testa). Così scoprii, appunto, che aveva il capo completamente fasciato con garze bianche; un pigiama di stoffa leggera le copriva il tronco e le gambe. Un fremito mi percorse le cellule di tutto il corpo, mentre un'unica goccia di sudore gelido scese, spietata, molto adagio lungo la grondaia della schiena: un brivido sembrava torturarmi a tergo, poco per volta. Le articolazioni rischiarono di non reggermi per la brutta sorpresa. La paresi della mia bocca sparì come un lampo che fende di luce l'oscurità di un cielo minaccioso. Forse (in realtà non ricordo con precisione quali pensieri mi sfiorarono l'intimo) imprecai contro chi l'aveva ridotta in quello stato e dissi, in un sussurro quasi impercettibile: "Porca put-ta-na". Per pochi, incalcolabili secondi immaginai di avere gli artigli di un puma, il veleno di un cobra, l'astuzia di una volpe e l'aggressività di un leone per cancellare dalla superficie terrestre un figuro crudele come l'aggressore di Marta. In corrispondenza del naso della ragazza, la benda era vagamente rossa: un filo di sangue si intravedeva tra le maglie del tessuto. Evidentemente, dopo esser state cucite, le ferite avevano ancora sanguinato e avevano così macchiato la protezione. La traccia lasciata dal coagulo disegnava una croce latina i cui bracci orizzontali passavano lungo le ciglia e la cui struttura verticale si insinuava tra gli occhi, come un velo di trucco spalmato con arte. Ciò significava che le lesioni più profonde si incontravano a croce (Marta aveva però altri sfregi sul viso, me lo riferirono più tardi). Con passi gravi, quasi da sfilata di moda, andai verso quel capro espiatorio, candido ma sporcato - nella sua purezza - da qualche linea colorata. Io avrei voluto correre via ma non potevo certamente tornare indietro, nonostante il panico mi avesse reso schiavo; e lei era palesemente tentata di sfogarsi nel pianto ma sapeva che la contrazione della pelle le avrebbe procurato uno spasmo difficilmente sopportabile. Balbettando, articolando a fatica i suoni, salivando come un cane di fronte alla carne fresca, con le labbra appena appena scucite spesi un pavido: "Ciao". Una lunga pausa seguì il mio breve saluto. Lei infatti non mi rispose. Continuai così: "Mi chiamo Renato Fresia. Sono un… ispettore della Polizia di Stato… Dovresti, insomma, raccontarmi, se questo… Cosa ti è capitato? Cioè… qualcuno… chi è stato a farti questo? Lo conoscevi?". Il silenzio regnava nella stanza: questo strano sovrano era addirittura assordante, fastidioso. Marta non mi implorava nemmeno di lasciarla in pace, ed io non sapevo più come agire. Le porsi un bicchiere di tè che avevo preso alle macchinette: lo scrutò guardinga, non lo toccò. Restava impassibile, non si scomponeva, ruotava gli occhi e basta. Desideravo aiutarla, eppure lei era in preda ad un travaglio che tentava di ricacciare, senza successo, nei meandri dell'anima; era turbata e smarrita, a più riprese tremava come una foglia in balia di un vento bizzarro e irregolare. Avevo forse sbagliato qualcosa nel mio approccio verso di lei: ma cosa? Rimane il fatto che non riuscii a cavarle nemmeno una sillaba. Allora mi congedai: "Non importa se adesso non vuoi parlare, anche se sarebbe per il tuo bene. Comunque, devi rimetterti in salute e dopo penseremo ad arrestare quel delinquente, o delinquenti. Potremmo fare un gioco: per ogni cosa che dirai a me, io ne dirò una a te. Un quid pro quo. Almeno sarà più semplice e interessante". Un infermiere era già pronto: mentre me ne andavo, la caricò su una carrozzina e la fece dissolvere fra il cigolare delle ruote.

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